L’unica via d’uscita sarebbe quella di tornare alla politica, che sarebbe come pretendere di cavar sangue da una rapa: si finirà per andare a troika
Siamo il Paese di Pirandello quindi dovremmo essere meglio attrezzati al così se vi pare, al fatto che qualunque cosa possa essere presentata sotto una luce diversa a seconda dei casi e delle convenienze. Dunque l’idea del povero Renzi di aiutare le banche in affanno con 40 miliardi – una cifra con la quale si potrebbe tentare di rivitalizzare un po’ l’economia invece di essere costretti a usarla per tamponare perdite da titoli spazzatura, debiti inesigibili, operazioni opache – viene collegata e annessa come danno collaterale ai disastri del Brexit, come una sorta di anticipazione del giorno del Giudizio. In effetti il Brexit c’entra e non poco in questa improvvisa sortita di governo, ma per motivi del tutto differenti da ciò che si vuole fare intedere, non perché abbia qualcosa a che vedere in via diretta con le sofferenze delle banche, a parte le solite oscillazioni di borsa, peraltro già recuperate…
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Il rifiuto tedesco agli aiuti di Stato, nonostante l’oggettiva eccezionalità della situazione, è in linea con la condotta sinora seguita da Berlino: “nein” agli eurobond, “nein” all’iscrizione nel bilancio della BCE dei titoli di Stato acquistati da Francoforte (riversati per l’80% nei bilanci delle rispettive banche centrali nazionali), “nein” alla garanzia europea sui depositi. È almeno dal 2012 che la classe dirigente tedesca è intimamente convinta che l’eurozona, nella sua attuale configurazione, sia destinata inevitabilmente a scomparire: accetta di prolungare l’esperimento (oggettivamente conveniente per le casse di Berlino), purché sia l’europeriferia ad addossarsene i costi per il mantenimento.
Il momento della verità per il sistema creditizio e l’Italia stessa, quindi, si avvicina: nubi nere, foriere di tempeste finanziarie, si addensano sull’estate 2016, che si prospetta persino più drammatica di quella del 2011.
La miccia accesa dalla Brexit si consuma veloce e, tra nuovi rischi di recessione e banche alle corde, non manca molto all’esplosione.
http://federicodezzani.altervista.org/brexit-sette-giorni-la-miccia-brucia/
Il 12 Dicembre 1977 il Consiglio delle Comunità europee emanava la direttiva n. 77/780, che stabiliva una sorta di liberalizzazione dell’attività bancaria, al fine di favorire condizioni di concorrenza delle banche nel territorio comunitario. I politici italiani attuarono questa direttiva attraverso successivi provvedimenti legislativi, l’ultimo dei quali fu il Decreto del Presidente della Repubblica 350 del 27 Giugno 1985, che così stabiliva: “L’attività di raccolta del risparmio fra il pubblico sotto ogni forma e di esercizio del credito ha carattere d’impresa, indipendentemente dalla natura pubblica o privata degli enti che la esercitano. L’autorizzazione all’esercizio di tale attività è rilasciata dalla Banca d’Italia.”
Fino a quel momento l’attività bancaria era stata regolamentata dalle riforme del 1936 e dalla legge 141 del 1938 che così stabiliva:“La raccolta del risparmio fra il pubblico sotto ogni forma e l’esercizio del credito sono funzioni di interesse pubblico regolate dalle norme della presente legge. Tali funzioni sono esercitate da istituti di credito di diritto pubblico, da banche di interesse nazionale; da casse di risparmio e da istituti, banche, enti ed imprese private a tale fine autorizzati. Tutte le aziende che raccolgono il risparmio tra il pubblico ed esercitano il credito, sia di diritto pubblico che di diritto privato, sono sottoposte al controllo di un organo dello stato che viene a tal fine costituito e che è denominato “Ispettorato per la difesa del risparmio e per l’esercizio del credito”.
Questo quadro normativo prescriveva che il banchiere (anche privato), quando raccoglieva risparmio ed erogava credito, era un incaricato di pubblico servizio. Nell’ambito dell’attività bancaria, di per sé pubblica, i comportamenti illegali erano puniti come malversazione o corruzione, o concussione o abuso d’ufficio. Insomma, chi erogava credito fuori dalle condizioni previste dalla legge o dai regolamenti interni, o commetteva abusi nella gestione del risparmio, era punibile penalmente con pesanti sanzioni.
Dunque il DPR 350/85 ridefiniva la raccolta del risparmio e l’erogazione del credito non più come attività di “interesse pubblico”, ma semplicemente a “carattere d’impresa”. Inoltre, lo Stato non delegava più il controllo del credito a un suo “Ispettorato”, ma alla Banca d’Italia, le cui quote sono detenute dalle stesse banche private che, a loro volta, sono quotate con azioni possedute da S.p.a. L’articolo 47 della Costituzione che impone allo Stato di disciplinare, coordinare e controllare l’esercizio del credito, era scopertamente violato.
La conseguenza fu che, dall’emissione del decreto 350/85 in poi, i tribunali cominciarono a produrre una giurisprudenza che statuì come non più vigenti le norme degli anni 1936 e 1938. Da allora in poi, chi eroga credito fuori legge e gestisce risparmio fuori regolamento ricade nella disciplina dei reati comuni e, tranne casi limite di volgari furti di danaro, gli abusi dei banchieri assai difficilmente potrebbero essere penalmente puniti. Non solo dal punto di vista del controllo penale sui comportamenti ma, soprattutto, dal punto di vista sociale ed economico, la tutela dell’aspetto sociale del credito e del risparmio fu totalmente deregolamentata. L’attività bancaria, da mezzo e sostegno per l’ordinata crescita economica, divenne scopo, ossia l’arricchimento di masnade di speculatori al di fuori d’ogni controllo da parte dello Stato.
Il Presidente, firmando il decreto, ne era cosciente? Non essendo la materia di prerogativa costituzionale, non essendo un regolamento governativo né un conferimento di incarichi dirigenziali, quel provvedimento era talmente urgente da richiedere l’emissione di un DPR? È lecito credere che il decreto fu un atto formalmente presidenziale, ma sostanzialmente governativo. Il governo Craxi (ministro alle Finanze: Bruno Visentini) prese la decisione e il Presidente si limitò a darvi una veste di decreto presidenziale. Tre giorni dopo la firma del decreto e otto giorni prima della scadenza naturale del mandato, Pertini “si dimette” e il 3 Luglio subentra Cossiga.
di LUCIANO DEL VECCHIO (FSI Emilia-Romagna)
http://www.appelloalpopolo.it/?p=16101
Appena dopo il discorso di Soros, ecco che la Commissione UE concede all’Italia quello che Angela Merkel aveva negato qualche ora prima: 150 miliardi di ulteriore indebitamento per salvare le banche care al PD. Anche qui bisogna intendersi: nessun regalo. Nessuna solidarietà europea, nessuna partecipazione degli altri stati con la moneta unica al salvataggio italiano. La Commissione ha graziosamente concesso a Renzi di saccheggiare la (nostra) Cassa Depositi e Prestiti, alle banche di emanare in qualche modo obbligazioni con garanzie statali (che dunque diventano debito pubblico, e possono essere comprate dalla BCE), in conclusione: altri 150 miliardi sul gobbo di noi contribuenti, di un paese in recessione gravissima da un decennio, che quindi quei debiti non potrà pagare. La Commissione ha graziosamente concesso di fare un bail-out (banche salve a carico dello Stato) invece di un bail-in, ossia della tosatura di azionisti e clienti delle banche italiote che voleva Angela.
http://www.maurizioblondet.it/gli-eurodeputati-smarriti-soros-quali-gli-ordini/
Perché in Italia si fa così, è questa la base della politica italiota: si varano leggi anche assurde e durissime, e poi “ci si mette d’accordo a Roma”, o a “Palermo”. Accordo fra maggioranza e opposizione, accordo fra partiti e Confindustria, accordo sottobanco fra banche e aziende amiche.
E’ così che si fa politica in Italia. E’ il metodo di legislazione “aum-aum”, i cui effetti vedete attorno a noi: per dire, ogni anno governo e parlamento varano cento nuove leggi in materia fiscale, sempre più minuziose e pesanti di adempimenti per i produttori, e poi continuano denunciare che ci sono “160 miliardi di evasione”. Lo dimostra la frequenza con cui, nel “dibbattito politico”, salta fuori la frase: “la legge c’è già”. Non si riesce a licenziare i fancazzisti che timbrano il cartellino? “La legge c’è, basta applicarla”. Impedire che i magistrati passino intercettazioni sputtananti di avversari politici ai giornali amici? “Non serve una disciplina specifica, la legge c’è già”, pontifica il CSM. “E’ già vietato pubblicare intercettazioni non pertinenti”, fulmina Davigo il giudice-moralizzatore. La frequenza con cui si dice, di fronte ad ogni problema, che “la legge c’è già”, significa che essa non viene applicata da chi ne avrebbe l’obbligo: dai giudici, dai dirigenti pubblici, dalla burocrazia alta e bassa, dai cosiddetti “responsabili”. Anzi tutto il sistema giuridico italiota, nella sua integralità, è un aum-aum: tant’è vero che un presidente della repubblica, certo Cossiga, raccontò di come vigesse una Costituzione “materiale” che si discostava molto dalla Costituzione scritta dai padri fondatori. “Variamo la Costituzione più bella del mondo; tanto poi ci mettiamo d’accordo a Roma….”
http://www.maurizioblondet.it/collasso-della-banche-italiane-replica-dell8-settembre/