Ha perso l’Europa

Tuttavia, quella che viene presentata dai media come un completo isolamento della Russia a livello globale, in realtà è una vera propria mistificazione. Nel mondo soltanto 37 nazioni hanno deciso di adottare sanzioni contro Mosca; non c’è l’Africa, non c’è il Sud America, non c’è la Cina, non c’è l’India, non c’è il 90% del mondo islamico, non c’è il Sud Est asiatico. Nella stessa Europa ci sono posizioni diverse e si va in ordine sparso: Ungheria, Bulgaria e Turchia, continuano a mantenere rapporti commerciali con Mosca mentre la Germania e la Francia temporeggiano riguardo l’interruzione dell’approvvigionamento di gas. Assieme ai paesi Baltici ed alla Polonia, tradizionali nemici dei russi e la Gran Bretagna, ormai relegata al rango di fedele scudiera degli Stati Uniti, soltanto l’Italia si trova schierata incondizionatamente con gli USA. Nei prossimi giorni Draghi volerà a Washington per ribadire l’impegno dell’Italia a rinunciare progressivamente al gas di Putin. Il suo obiettivo, sostenuto con convinzione dal PD – partito ormai sfacciatamente filo-americano – è quello di diventare l’interlocutore privilegiato di Biden in Europa, vista la prudenza di Scholz ed i tentennamenti di Macron. A settembre scadrà il mandato del segretario generale della NATO e si sussurra che Draghi punti a questa prestigiosa carica alla quale si ascende soltanto se si dimostra di essere ossequioso ai voleri di Washington e quale migliore prova di fedeltà se non quella di portare in dote la piena sottomissione dell’Italia? Il nostro presidente del consiglio ha dato la più ampia disponibilità a fornire carri armati ed armi offensive all’Ucraina senza che ci sia stato alcun dibattito in Parlamento e senza che si conosca la lista della tipologia degli aiuti militari già inviati a Kiev in quanto secretata e consultabile soltanto dai membri del Copasir.
Le sanzioni imposte inopinatamente alla Russia dai governanti europei stanno provocando gravissimi problemi. Gli aumenti dei costi energetici e delle materie prime, la chiusura di un mercato ricco come quello russo, il blocco dei beni all’estero dei cittadini di quella nazione hanno prodotto enormi danni a moltissime aziende che ora rischiano il fallimento. Le proteste dei sindacati e degli industriali tedeschi; l’opposizione delle maestranze Renault in Francia; la decisione dei calzaturifici delle Marche di continuare ad esportare in Russia, sono tutti segnali che dimostrano come qualcosa si stia muovendo. Malgrado la gigantesca e potente macchina mediatica lavori a pieno regime, i sondaggi rivelano che la stragrande maggioranza della popolazione europea non approva l’invio di armi all’Ucraina perché giustamente preoccupata della possibile escalation che potrebbe subire il conflitto il cui teatro sarebbe comunque l’Europa. Industriali, sindacalisti, operai, imprenditori del Vecchio Continente si dimostrano più realisti e lucidi dei politici nel chiedere con forza che si metta fine a questa guerra per procura, decisa da oltreoceano, che ci penalizza pesantemente e porta benefici soltanto ad una potenza: gli Stati Uniti d’America. Le forze produttrici stanno sperimentando sulla propria pelle che, in questo conflitto scoppiato, nel cuore del nostro continente, ha perso l’Europa!

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articoli/ha-perso-l-europa

La posta in gioco

Nikolai Patrushev, segretario Consiglio di Sicurezza russo

Patrushev mostra come “i tragici scenari delle crisi globali, sia negli anni passati sia oggi, sono imposti da Washington nella sua volontà di consolidare la propria egemonia, resistendo al crollo del mondo unipolare”. Gli Stati Uniti non si fermeranno davanti a nulla «per garantire che gli altri centri del mondo multipolare non osino nemmeno alzare lo sguardo, e il nostro Paese non solo ha osato, ma ha pubblicamente dichiarato che non giocherà secondo le regole imposte».

Patrushev non ha potuto fare a meno di sottolineare come la War Inc. stia letteralmente devastando l’Ucraina: questo l’ordine. Non sorprende che, a differenza della Russia, interessata al rapido completamento di un’operazione militare speciale e alla riduzione al minimo delle perdite da tutte le parti, l’Occidente sia determinato a ritardarla almeno fino all’ultimo ucraino”.

E rispecchia la psiche delle élite americane: “Stai parlando di un paese la cui élite non è in grado di apprezzare la vita delle altre persone. Gli americani sono abituati a camminare sulla terra bruciata. Dalla seconda guerra mondiale, intere città sono state rase al suolo dai bombardamenti, compresi quelli nucleari. Hanno inondato di veleno la giungla vietnamita, bombardato i serbi con munizioni radioattive, bruciato vivi gli iracheni con fosforo bianco, aiutato i terroristi ad avvelenare i siriani con il cloro (…) Come mostra la storia, la NATO non è mai stata né un’alleanza difensiva, ma solo un alleanza offensiva».

estratto da https://www.controinformazione.info/limpero-delle-bugie-e-impaziente-di-ricevere-il-biglietto-da-visita-del-signor-sarmat/

La Russia accelera

Ieri mentre Biden faceva le sue prove d’odio antirusso in Polonia, una salva di missili ha completamente distrutto un enorme deposito di carburante ad appena 130 chilometri di distanza dal luogo dove si trovava la famigerata banda Nato che avrebbe anche potuto vedere il fungo di fumo che si alzava dal deposito: si è trattato probabilmente di un monito per il delirio di parole demenziali a cui il mondo assiste attonito, ma nella giornata anche altre cisterne sono state distrutte, di cui una nei pressi di Kiev. Da venerdì si è intensificata da parte russa la distruzione di depositi di carburante, di munizioni e di armi per accelerare la caduta definitiva dell’esercito ucraino. La tattica sembra funzionare qui è là attorno a Kiev i reparti cominciano arrendersi per mancanza di carburante e di munizioni ( in questo video la resa di un reparto con a capo un tenente colonnello) mentre nella zona di Izyum è in corso un massiccio attacco che ha tagliato le linee di rifornimento delle turppe ucraine facenti parte dell’armata del Donbass che sono in pratica le uniche unità con qualche reale capacità residua e sono anche quelle dove molti reparti sono formati da uomini del Pravy Sector che impediscono sotto minaccia la resa. A Mariupol si sta facendo la pulizia dell’area dell’acciaieria Azov e ci sono video che testimoniano della fuga in abiti civili delle bande naziste ( qui di può vedere uno dei loro comandanti catturati mentre cercava di sgattaiolare fuori della morsa in abiti civili e qui due soldati che cercavano di fare la stessa cosa): la liberazione totale è vicina.

Avvertimento ipersonico

Gli ultimi sviluppi della guerra ucraina sono particolarmente significativi anche se sembra che niente di nuovo sia accaduto. Certo le forze russe hanno esteso il controllo indiretto del territorio mentre quello diretto cresce di giorno in giorno; le  ultime unità ucraine coerenti concentrate ai confini del Donbass sono completamente circondate. A Mariupol i difensori nazisti si stanno ritirando verso il complesso di Azovstal, l’acciaieria della città, mentre molti militanti nazisti cecano di uscire dalla città nel tentativo di presentarsi come profughi che scampano alla guerra e dunque pronti ad essere mantenuti da noi con tutti i riguardi. Mentre quelli che rimangono sparano sui pullman dei profughi, ma di certo questo non ve lo fanno sapere i bollettini Nato dei giornali.  Si ritiene che martedì anche questo bubbone con la croce uncinata sarà definitivamente chiuso ed è probabile che questo possa far cadere la resistenza delle formazioni di ispirazione nazista anche in altri luoghi.  A Odessa la marina e l’aviazione russa tengono ferme le superstiti forze ucraine attraverso la minaccia di sbarco e il martellamento delle difese attorno alla città e nell’entroterra che confina con la Moldova e la regione della Transnistria.  Ma si è entrati evidentemente in un a seconda fase nella quale l’aviazione russa ha colpito a tappeto distruggendo 54 installazioni militari delle forze armate ucraine, tra cui 3 posti di comando, 4 lanciamissili multipli, 4 depositi di munizioni e 44 aree dove è concentrato l’equipaggiamento militare. In totale sono stati distrutti 184 veicoli aerei senza pilota, 1.412 tra carri armati e altri veicoli corazzati da combattimento, 142 lanciarazzi multipli, 542 pezzi di artiglieria da campo e mortai e 1.211 unità di veicoli speciali. E’ evidente che l’invio di armi che a questo punto non si sa nemmeno più a chi possano andare e a chi possano giovare, è del tutto inutile a sostenere una resistenza ucraina, quanto piuttosto a stimolare un macello indiscriminato che Washington e tutti i fottuti amerikani d’Europa agognano per vendicarsi di una Russia che gli ha fatto perdere la faccia.

Ed è qui che si situa la novità: il Ministero della Difesa della Federazione Russa ha pubblicato filmati presi da un drone dell’impatto di un missile ipersonico “Kinzhal”  su un deposito di missili e armi antiaeree situato nel villaggio di Delyatin, nella regione di Ivano-Frankivsk.  Questo è stato il primo e completo successo dell’uso in combattimento di armi ipersoniche nel mondo, vale a dire di missili che possono superare di almeno 5 volte la velocità del suono. Il Kinzhal arriva fino a Mach dieci, mentre uno dei seguaci della scienza di Rete4 ha detto che raggiunge  cento volte la velocità della luce, tanto per mostrare di quale infimo livello sia la nostra informazione. Qui potete vedere il filmato ed esercitavi a cogliere il brevissimo istante in cui il missile si scorge, cosa possibile solo per il fatto che la ripresa è ad alta velocità e che nell’ultima parte della traiettoria questo razzo diventa solo supersonico e colpisce a Mach 3.  Secondo alcune informazioni il missile sarebbe stato “sparato” da un Mig 31 in volo ad alta quota sull’area di Rostov. Ci sono parecchie voci secondo le quali non si trattava di un deposito di armi, come parrebbe dimostrare il fatto che non vi è stata una seconda esplosione, ma di un centro direttivo segreto della Nato, ma in ogni caso non vi era alcuna necessità di usare un missile ipersonico per ottenere questo risultato, facilmente raggiungibile da qualunque arma più convenzionale  e dunque il suo utilizzo, rappresenta un avvertimento contro chi sta accumulando armi nella Polonia sud orientale: il missile di fatto nemmeno visibile sui radar ( e infatti le stazioni Nato che circondano l’Ucraina non lo hanno rilevato) può colpire dovunque senza possibilità di essere intercettato e rappresenta un monito sul fatto che la Russia è decisa a colpire duro e con tutta la forza di cui dispone. .

Secondo altri l’entrata in scena del Kinzhal è sì sempre un avvertimento, ma per sventare qualche operazione di falsa bandiera che si andrebbe preparando nell’Ucraina occidentale. Le cose sono più complicate di quanto non si immagini: a questo punto infatti, mentre l’informazione occidentale è in preda al delirio, si apre il capitolo di come sarà l’Ucraina dopo la fine della guerra. E’ ben noto che la Polonia ha delle mire sulla regione di Leopoli e si opporrebbe alla creazione di una specie di Banderastan nella parte occidentale del Paese, quindi il gioco si complica e potrebbe portare a esiti imprevedibili e a inedite divisioni di fronte. Ma che questa ipotesi abbia una qualche consistenza o meno ora la Russia ha fatto sapere che non intende sottrarsi a qualsiasi livello di confronto.

riportato integralmente da https://ilsimplicissimus2.com/2022/03/20/ucraina-avvertimento-ipersonico/

Basta UE

Guardino gli Ucraini a quel che è avvenuto ai Paesi dell’Unione Europea: il miraggio di prosperità e sicurezza è demolito dalla contemplazione delle macerie lasciate dall’euro e dalle lobby di Bruxelles. Nazioni invase da immigrati clandestini che alimentano la criminalità e la prostituzione; distrutte nel loro tessuto sociale dalle ideologie politically correct; portate scientemente al fallimento per sconsiderate politiche economiche e fiscali; condotte verso la miseria con la cancellazione delle tutele del lavoro e della previdenza sociale; private di un futuro con la distruzione della famiglia e la corruzione morale e intellettuale delle nuove generazioni.
Quelle che erano state Nazioni prospere e indipendenti, diverse nelle loro specificità etniche, linguistiche, culturali e religiose sono state trasformate in una massa informe di persone senza ideali, senza speranze, senza fede, senza nemmeno la forza di reagire agli abusi e ai crimini di chi li governa. Una massa di clienti delle multinazionali, di schiavi del sistema di controllo capillare imposto con la farsa pandemica, anche dinanzi all’evidenza della frode. Una massa di persone senza identità, marchiate con il QR-code come gli animali di un allevamento intensivo, come i prodotti di un enorme centro commerciale. Se questo è stato il risultato della rinuncia alla propria sovranità per tutti – tutti, nessuno escluso! – gli Stati che si sono affidati alla colossale truffa dell’Unione Europea, perché l’Ucraina dovrebbe fare eccezione?
È questo che volevano, che speravano, che desideravano i vostri padri, quando ricevettero con Vladimiro il Grande il Battesimo sulle rive del Dnepr?
Se vi è un aspetto positivo che ciascuno di noi può riconoscere in questa crisi, è l’aver mostrato l’orrore della tirannide globalista, il suo cinismo spietato, la sua capacità di distruggere e annientare tutto ciò che tocca. Non sono gli Ucraini che dovrebbero entrare nell’Unione Europea o nella NATO, ma gli altri Stati che dovrebbero finalmente avere un sussulto di orgoglio e di coraggio e uscirne, scrollando da sé questo giogo detestabile e ritrovando la propria indipendenza, la propria sovranità, la propria identità, la propria fede. La propria anima.
Che sia chiaro: il Nuovo Ordine non è un destino ineluttabile, e può essere sovvertito e denunciato se solo i popoli si rendono conto di essere stati ingannati e truffati da un’oligarchia di criminali ben identificabili, per i quali un giorno varranno quelle sanzioni e quei blocchi dei fondi che oggi essi applicano impunemente a chiunque non pieghi il ginocchio dinanzi a loro.

DICHIARAZIONE

di Mons. Carlo Maria Viganò, Arcivescovo,

Ex Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America sulla Crisi Russo-Ucraina

Altro che Ucraina

Per chi ancora non l’avesse compreso siamo nel pieno di una guerra di nervi che non riguarda affatto l’Ucraina, ma l’Europa: Washington sta sfruttando Kiev o meglio il cadavere di un Paese che ha letteralmente distrutto per fare guerra noi.  La crisi è stata creata ad arte dall’amministrane Usa evocando il fantasma di una invasione russa dell’Ucraina che non è mai stata nelle intenzioni di Mosca, ma che in questo momento serve a non far a non far partire il gasdotto Nord Stream 2 e dunque a porre le basi per  una rinuncia definitiva al gar russo perché è possibile in ogni momento attivare la narrazione di una nuova crisi.  In questo senso le sanzioni che vengono minacciate  contro Mosca se osasse penetrare in Ucraina per difendere le popolazioni del Donbass, sono in realtà sanzioni contro di noi e prefigurano un futuro di inarrestabile impoverimento e declino. Perché una cosa è certa: la Russia non avrà molta difficoltà a vendere ad altri il proprio gas.

L’obiettivo a breve termine per Washington  è quello di salvare l’industria del fracking statunitense costringendo l’Europa a comprare gas americano, assai più costoso di quello russo e che per giunta necessita di enormi strutture di degassificazione e  di navi cisterna altrettanto grandi: insomma un assoluto delirio che unisce ad alti costi dell’energia anche l’adozione delle tecniche di estrazione più letali per l’ambiente come il fracking e l’emissione di enormi quantità di Co2 per il trasporto e il trattamento per non parlare della la stessa realizzazione e gestione delle strutture necessarie. Già questo ci dovrebbe far comprendere che le elite di comando globale e continentale ci stanno prendendo per il naso con le loro sceneggiate para ecologiche sulla Co2 che alla fine è soltanto una narrazione priva di un senso concreto, ma volta ad un maggior controllo della popolazione.  Questo scenario infatti non si è creato per caso, ma è stato lucidamente perseguito da Bruxelles che ha voluto rinunciare ai contratti a lungo termine e a basso costo costo offerti dalla Russia, i quali mettevano al riparo dalle ampie fluttuazioni di prezzo, per rivolgersi al mercato spot e subire perciò il rialzo  rialzo stellare dei prezzi. Così per esempio accade  che importatori che hanno ancora contratti pluriennali per il gas russo lo importano a 300 dollari e lo rivendono a 1000:  questa speculazione ricade interamente sulle spalle dei cittadini europei.

La rinuncia ai contratti a lungo termine russi, non è stato un errore della Commissione europea, ma una scelta deliberata  fatta ben sapendo che ciò avrebbe creato gravi problemi di carenza e di costi ai cittadini: ma firmare contratti ventennali e trentennali con la Russia avrebbe significato tenere aperto un rapporto che Washington vuole troncare di netto e sempre più in modo paranoico da quando se la deve vedere con la Cina. Sebbene questo non sia un tema che compare spesso nelle divulgazioni storiche di basso livello dalle quali siamo circondati, un’altra delle ossessioni dell’anglosfera ormai da un secolo e mezzo è stato quello di impedire a qualsiasi costo  che la Germania e successivamente l’Europa si collegassero alla Russia formando un insieme decisamente più potente dell’impero marittimo. Fatto sta che quella ossessione è ancora presente, anche se è rimasta nascosta durante la guerra fredda e come vediamo è ancora qui che morde i nostri conti correnti con le zanne delle troppe cose che non abbiamo voluto vedere e che ostinatamente non vogliamo vedere nemmeno adesso. Washington tuona contro la Russia, ma in realtà sta facendo la guerra all’Europa e ne sta cancellando il futuro, separandola dal resto del continente che è il fulcro del mondo, anzi la sta ucrainizzando, contando sul fatto che i poteri che hanno portato ai rialzi energetici sono del tutto slegati dalla necessità del consenso e del resto del tutto alieni a qualsiasi fedeltà che non sia quella all’oligarchia.

riportato integralmente da https://ilsimplicissimus2.com/2022/02/15/altro-che-ucraina-gli-usa-fanno-guerra-alleuropa/

Iran-Russia

Un elemento chiave della nuova partnership strategica ventennale tra i due vicini sarà la rete di compensazione eurasiatica progettata per competere con lo SWIFT, il sistema di messaggistica globale interbancario.

Se implementato da Russia, Iran e Cina (RIC), questo meccanismo avrà il potenziale per unire i membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), l’Unione Economica Eurasiatica (EAEU), ASEAN, BRICS ed altre organizzazioni regionali di commercio/sicurezza. Il peso geoeconomico combinato di tutti questi attori ne attirerà inevitabilmente molti altri nel Sud globale e persino in Europa.

La base esiste già. La Cina aveva lanciato nel 2015 il suo sistema di pagamento interbancario transfrontaliero (CIPS), utilizzando lo yuan. La Russia ha sviluppato il suo sistema di trasferimento di messaggi finanziari (SPFS). Realizzare un sistema finanziario indipendente russo-cinese collegando i due non dovrebbe essere un problema. La questione principale sarà scegliere la valuta standard – probabilmente lo yuan.

Una volta che il sistema sarà attivo e funzionante, sarà perfetto per l’Iran, che mira ad incrementare il commercio con la Russia, ma rimane handicappato dalle sanzioni degli Stati Uniti. L’Iran ha già firmato accordi commerciali ed è coinvolto in uno sviluppo strategico a lungo termine sia con la Russia che con la Cina.

La nuova tabella di marcia

Quando Amir-Abdollahian ha descritto la visita di Raisi in Russia come un “punto di svolta nella politica di buon vicinato e del guardare ad est,” stava dando la versione breve della tabella di marcia seguita dalla nuova amministrazione iraniana: “una politica centrata sul buon vicinato, una politica centrata sull’Asia con un focus sullo sguardo ad est e una diplomazia centrata sull’economia.”

Al contrario, l’unica “politica” di fatto messa in campo dall’Occidente collettivo, sia contro la Russia che contro l’Iran, è rappresentata dalle sanzioni. Annullarle è quindi in cima all’agenda di Mosca e di Teheran. L’Iran e l’EAEU hanno già un accordo temporaneo. Ciò di cui hanno bisogno, meglio prima che dopo, è di diventare partner a pieno titolo in una zona di libero scambio.

Anche se Amir-Abdollahian ha lodato la risoluzione delle controversie con i Paesi confinanti, come l’Iraq e il Turkmenistan, e una riconfigurazione dello scacchiere diplomatico con l’Oman, il Qatar, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti e persino l’Arabia Saudita, il presidente Raisi – nel rivolgersi alla Duma – ha scelto di esporre in dettaglio le complesse trame straniere per inviare reti di terroristi takfiri in “nuove missioni, dal Caucaso all’Asia centrale.”

Come ha detto Raisi, “l’esperienza ha dimostrato che solo un pensiero islamico puro può impedire la formazione dell’estremismo e del terrorismo takfiro.”

Raisi è stato spietato nei confronti dell’Impero: “La strategia di dominazione è ormai fallita, gli Stati Uniti sono nella loro posizione più debole e il potere delle nazioni indipendenti sta vivendo una crescita storica.” E ha certamente sedotto la Duma con la sua analisi della NATO:

“La NATO è impegnata nella penetrazione negli spazi geografici di vari Paesi con il pretesto della copertura. Ancora una volta, minacciano gli stati indipendenti. La diffusione del modello occidentale, l’opposizione alle democrazie indipendenti, l’opposizione all’autoidentificazione dei popoli – questo è precisamente nell’agenda della NATO. È solo un inganno, vediamo l’inganno nel loro comportamento, che alla fine porterà alla loro disintegrazione,”

Il tema principale di Raisi è la “resistenza” ed è stato il leitmotiv di tutti i suoi incontri. Ha debitamente sottolineato la resistenza afgane e irachena: “Nei tempi moderni, il concetto di resistenza gioca un ruolo centrale nelle equazioni di deterrenza.”

La Repubblica Islamica dell’Iran è tutta incentrata su questa resistenza: “In diversi periodi storici dello sviluppo dell’Iran, ogni volta che la nostra nazione ha alzato la bandiera del nazionalismo, dell’indipendenza o dello sviluppo scientifico, ha dovuto affrontare le sanzioni e le pressioni dei nemici della nazione iraniana,” ha sottolineato Raisi.

Per quanto riguarda il JCPOA e il nuovo round di negoziati a Vienna, in pratica ancora impantanati, Raisi ha detto, “la Repubblica islamica dell’Iran è seriamente intenzionata a raggiungere un accordo se le altre parti saranno serie nel rimuovere le sanzioni in modo efficace e operativo.”

Il professore dell’Università di Teheran, Mohammad Marandi, ora a Vienna come consigliere di alto livello della delegazione iraniana, ci ricorda la sua esperienza con i negoziati originali del JCPOA del 2015, che aveva vissuto come osservatore. Marandi nota che, per quanto riguarda gli Americani, “hanno sempre la stessa mentalità: noi siamo il capo e abbiamo privilegi speciali.”

Sottolinea inoltre che “un accordo non è imminente.” Gli Americani rifiutano di fornire garanzie: “Il problema principale è la portata delle sanzioni, vogliono mantenerne molte in vigore. Di fatto, non vogliono il JCPOA. Fondamentalmente, è lo stesso atteggiamento dell’amministrazione Trump.”

Marandi offre soluzioni pratiche. Rimuovere tutte le sanzioni relative alla “massima pressione.” Accettare “un processo di verifica ragionevole, se non avete l’intenzione di imbrogliare di nuovo il popolo iraniano.” Fornire garanzie, in modo che “gli Iraniani sappiano che non violerete di nuovo l’accordo. L’Iran non accetterà minacce o scadenze durante i negoziati.” È improbabile che gli Americani possano prendere in considerazione anche uno solo di questi punti.

Il contrasto tra le amministrazioni Raisi e Rouhani è netto: “Nella speranza di ottenere qualcosa dall’Occidente, la precedente amministrazione aveva sprecato tutta serie opportunità, sia con la Cina che con la Russia. Ora è una storia completamente diversa,” dice Marandi.

La prospettiva cinese è piuttosto intrigante. Marandi nota come Amir-Abdolliahan sia appena tornato dalla Cina e come l’unica nazione in Asia occidentale da cui i Cinesi possono dipendere in modo affidabile sia l’Iran. Questo è insito nel loro accordo strategico ventennale, molti aspetti positivi del quale dovrebbero essere adottati dal meccanismo di accordo Russia-Iran.

I lineamenti di un nuovo mondo

Il succo del discorso di Raisi alla Duma è che l’Iran ha vinto battaglie su due fronti diversi: contro il terrorismo salafita-jihadista e contro la campagna americana di massima pressione economica.

E questo pone l’Iran in un’ottima posizione come partner della Russia, con il suo “ampio potenziale economico, soprattutto nei settori dell’energia, del commercio, dell’agricoltura, dell’industria e della tecnologia.”

Sulla sua posizione geoeconomica, Raisi ha notato come “la posizione geografica privilegiata dell’Iran, soprattutto nel corridoio nord-sud, possa rendere meno costoso e più prospero il commercio dall’India alla Russia e all’Europa.”

Già nel 2002, Russia, Iran e India avevano firmato un accordo per stabilire il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC), una rete di 7.200 km di trasporto multimodale marittimo/ferroviario/stradale per collegare India, Iran, Afghanistan, Azerbaijan, Russia e Asia centrale fino all’Europa come corridoio di trasporto alternativo al Canale di Suez. Ora Putin e Raisi vogliono il massimo impulso per l’INSTC.

La visita di Raisi è avvenuta poco prima di una cruciale esercitazione congiunta, chiamata in codice ‘2022 Marine Security Belt‘, iniziata nel Mare di Oman, in realtà il nord dell’Oceano Indiano, con unità navali e aeree della Marina iraniana, cinese e russa.

Il Mare di Oman è adiacente all’ultra-strategico Stretto di Hormuz, che si collega al Golfo Persico. I rappresentanti del Pentagono fautori della strategia “Indo-Pacifica” non avranno di certo di che rallegrarsene.

Tutto ciò di cui abbiamo appena parlato è indice di un’interconnessione ancor più profonda. L’incontro Putin-Raisi precede di due settimane l’incontro Putin-Xi all’inizio delle Olimpiadi invernali di Pechino – quando ci si aspetta che [i due leader] portino la partnership strategica Russia-Cina al livello successivo.

Un nuovo ordine guidato dall’Eurasia che comprenda la maggior parte della popolazione mondiale è una realizzazione in rapido progresso. Il fatto che la Cina usi l’Eurasia come un grande palcoscenico per aggiornare il suo ruolo globale, in parallelo con la rapida evoluzione dell’interazione sino-russo-iraniana, è di enorme importanza per i guardiani occidentali dell’ordine imperiale “basato sulle regole.”

La de-occidentalizzazione della globalizzazione, dal punto di vista cinese, comporta una terminologia completamente nuova (‘comunità di destino condiviso’). E non ci sono esempi più lampanti di ‘destino condiviso’ della sua profonda interconnessione, sia con la Russia che con l’Iran.

Una delle questioni geopolitiche cruciali del nostro tempo è come si articolerà un’emergente, presunta egemonia cinese. Se le azioni parlano più forte delle parole, allora l’egemonia cinese sembra essere sciolta, malleabile e inclusiva, nettamente diversa da quella statunitense. Per prima cosa, riguarda la maggioranza assoluta del Sud globale, che sarà coinvolta e rappresentativa.

L’Iran è uno dei leader del Sud globale. La Russia, profondamente coinvolta nella de-occidentalizzazione della governance globale, detiene una posizione unica – diplomaticamente, militarmente, come fornitore di energia – un trait d’union tra Oriente e Occidente: l’insostituibile ponte eurasiatico e il garante della stabilità del Sud globale.

Tutto questo è in gioco ora. Non c’è da meravigliarsi che i leader delle tre principali potenze eurasiatiche si incontrino e ne discutano di persona, nel giro di pochi giorni.

Mentre l’asse atlantista affoga nella tracotanza, nell’incompetenza e nell’arroganza, benvenuti in quello che sarà il mondo eurasiatico post-occidentale.

Fonte: thecradle.co
Link: https://thecradle.co/Article/columns/6033

Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Pensiero unico

Per imporre il pensiero unico, la realtà unica, l’élite si è spesso servita delle emergenze finanziarie e monetarie che essa stessa crea con le sue pratiche di profitto, e delle ondate di paura e delle richieste di ‘salvezza’ che esse suscitano. Ha così recentemente imposto, come spiegazione praticamente incontestabile e unico dominatore della comunicazione per il grande pubblico nonché per l’insegnamento, un modello economico-finanziario monetarista mendace che da un lato le ha consentito e consente la depredazione economica della società generale con la concentrazione del reddito in una ristretta cerchia, e che, dall’altro lato, è strumentale ai suoi fini politici. Lo sta usando per giustificare l’abolizione della privacy economica, il tracciamento universale, ora anche l’abolizione del contante in modo che tutti i denari delle persone e delle imprese siano su conti correnti elettronici dove possono essere bloccati o prelevati senza pratica possibilità di resistenza da parte correntisti.

La comunità finanziaria globale ha così configurato lo Stato estrattivo, che sostanzialmente toglie sistematicamente denari e diritti alle classi produttive per trasferirli ai grandi capitali privati. E non può fare diversamente perché dipende dalla predetta grande finanza per collocare il suo debito pubblico, cioè per finanziarsi.

Una notevole progressione qualitativa nella trasformazione dell’apparato statale è in corso grazie all’emergenza sanitaria, con cui le classi dominanti acquisiscono il potere di chiudere ed aprire gli spazi di vita delle persone e di entrare, col ricatto lavorativo, nel loro sistema biologico immettendo molecole incontrollabili e dagli effetti di lungo termine del tutto ignoti, o segreti.

Tutto questo viene legittimato col dire che dobbiamo affrontare crisi globali, monetarie, terroristiche, climatiche, sanitarie e che esiste un unico modo scientifico per affrontarle e che dunque chi non approva e non riconosce come valido questo modo è un soggetto irrazionale, anti-scientifico, pericoloso per la società, potenzialmente da isolare e neutralizzare. Questa suggestione viene impressa nella mente del popolo attraverso principalmente la televisione, con l’aiuto di stati emotivi indotti ad arte, stati di paura, di speranza, di sospetto. In generale il principio è che per affrontare e gestire alla meglio ogni tipo di crisi, la società deve diventare un’azienda, perché l’azienda è il sistema organizzativo più efficiente in assoluto nel gestire le crisi (soprattutto quelle che essa stessa genera!) e in essa tutto è sotto il monitor dei gestori.

Ovviamente si omette di dire che l’azienda è il sistema più efficiente, sì, ma per l’interesse dei suoi proprietari-gestori, non per l’interesse dei lavoratori e della popolazione generale e dell’ambiente. Aziendalizzare la società significa dare l’egemonia, anzi l’esclusiva, innanzitutto in campo culturale, scientifico e accademico, all’ideologia utile ai dominatori della società. Demenziale è sostenere che il parlamento rappresenti il popolo e lo garantisca nelle sua libertà e nei suoi diritti: tutti vediamo che i parlamentari sono mestieranti politici, mercenari che cercano di far soldi ed essere rieletti e a questo fine votano per chi più li paga e garantisce, come vistosamente sta avvenendo col governo Draghi, dove stanno accozzati insieme, cani e gatti, per partecipare alla lottizzazione dei 200 miliardi del Pnrr. Rappresentare il popolo non li riguarda. Passata l’elezione, gabbato l’elettore.

I tratti generali del nuovo modello culturale, cioè dei filtri e i lacci mentali che vengono impiantati con l’entertainment, la scuola e la propaganda, sono i seguenti:

-Irenismo (dal Greco ‘eirène’, pace), ossia negazione della conflittualità sociale, etnica, religiosa, internazionale, e in generale del conflitto degli interessi oggettivi. Esso impedisce di capire che la politica è essenzialmente conflitto di interessi, conflitto di classe, conflitto tra paesi, e che essi sono decisi dai rapporti di forza. Nella rappresentazione per il popolo, non vi sono, ad esempio nell’Unione Europea, contrasti oggettivi di interesse tra i vari paesi, né vi sono lotte per la reciproca sopraffazione, per imporre politiche comunitarie favorevoli ai paesi dominanti a spese dei paesi dominati. La società nazionale e internazionale, nella visione irenistica, è non violenta, corretta, collaborativa.

Trasparenza della politica, cioè negazione del fatto che la politica, come Niccolò Machiavelli spiegò circa cinque secoli fa, è essenzialmente complotto, che si serve sistematicamente,m per sua natura, di inganno, menzogna, ricatto, corruzione, omicidio, segretezza, etc. La delegittimazione delle posizioni scettiche con l’etichetta di complottismo, dunque, è un’assurdità funzionale a impedire che la politica venga analizzata pubblicamente.

Abolizione della storia: l’insegnamento della storia è sempre più diluito, ristretto e sabotato nelle scuole, perché esso fa percepire concretamente a) il fatto che sono esistiti diversi insiemi di valori, diverse concezioni politiche, diversi assetti socioeconomici, e che questi si sono succeduti attraverso i conflitti; b) che vi sono alternative possibili all’ordine esistente; c) inoltre fa percepire le radici multisecolari o millenarie delle diversità sociali e culturali tra i popoli, mentre il mondialismo pretende che tutte le persone siano considerate e trattate, sotto pena di essere altrimenti tacciati di fascismo, come tra loro equivalenti e intercambiabili, quale che sia il loro retroterra storico. Questo si manifesta nella cosiddetta rivoluzione Woke e Cancel Culture.

Appiattimento sul presente e niente progettualità: l’immersione per decenni in un clima permanente di incertezza e insicurezza non solo economiche fa sì che la gente rinunci alla progettualità, ai programmi di medio e lungo termine, compresi quelli di procreare, e viva alla giornata, appiattita su un amorfo presente, similmente agli animali: avremo una democrazia di animaletti indebitati e malaticci. E’ stata assimilata dalla popolazione generale la perdita di libertà e di diritti di partecipazione di controllo all’esercizio del potere, i diritti economici.

-I diritti e le libertà non sono intrinseci all’uomo, bensì sono dati, tolti, ristretti dal governo, secondo le sue contingenti valutazioni (green pass).

Pensiero unico politically correct: contiene il divieto di descrivere realisticamente e liberamente la realtà e costringe a non chiamare il bluff dello story telling mainstream, soprattutto nei suoi tratti qui esposti; porta a una limitazione della possibilità dialettica, didattica e politica. Idee, dati, interpretazioni, proposte fuori dall’alveo del pensiero unico sono automaticamente trattati come estremisti, quindi illegittimi, e i loro portatori sono stigmatizzati e isolati.

Villaggio globale: il mondo è per sua natura e inevitabilmente, ormai, unificato in un’unica polis globale; non è possibile impedire i flussi migratori.

Gender: la vera libertà richiede il riconoscimento che non vi sono vincoli o caratteri biologici, obiettivi; l’opzionabilità delle caratteristiche fisiche, l’affrancamento dai dati biologici, la piena negabilità sociale e legale di questi. Il nemico della libertà, dell’uomo, dei suoi diritti, è chiunque neghi questa opzionabilità, sia sul piano biologico che su quello psicologico.

-A ciò si allacciano il doppiopesismo e bipensiero: la violenza verbale e fisica da parte di coloro che portano avanti il nuovo modello sociale è legittimata come lotta contro il fascismo è il razzismo, mentre ogni atteggiamento critico viene qualificato come fascista è razzista o perlomeno ambiguo ed esposto alla persecuzione, all’isolamento sociale, culturale, politico, mediatico.

-Per contro, l’uomo non ha più diritti di sicurezza economica e di partecipazione politica. Ciò aiuta a far accettare come nonviolenza l’uso di una violenza radicale da parte dello Stato e della finanza attraverso leggi e misure economiche, ed educa a sentire come invece violenza ogni denuncia dell’uso del potere politico e istituzionale come violento e antisociale e incostituzionale.

Il probabile obiettivo generale di questa strategia di riformattazione è di fare accettare la sostituzione dell’attuale economia dei consumi ad alto impatto ambientale (veicoli, carburanti) spinti dall’edonismo e dall’ambizione, con una economia a basso impatto, sostenibile, in cui il PIL sia sostenuto dal consumismo di farmaci spinto dalla paura della morte e dagli allarmi sanitari. E insieme una nuovo modello costituzionale basato sulle concessioni del potere costituito, senza garanzie e senza diritti definiti.

L’uomo nuovo della società globale aziendalizzata, o nuovo ordine mondiale, è quindi sostanzialmente e semplicemente un cretino.

Fonte: Marco Della Luna

estratto da https://www.controinformazione.info/riformattazione-mentale-totalitaria/

E’il Brasile l’unico paese rimasto libero?

Il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, un passato da ex militare di estrema destra, apertamente omofobo, forte sostenitore delle politiche nazionaliste e populiste, insomma, per molti occidentali un fascista a tuttotondo, recentemente, in una cerimonia tenutasi nel palazzo presidenziale a Brasilia, ha dichiarato che il suo Governo non prevede di imporre il cosiddetto “passaporto sanitario” nel Paese, poiché “la libertà viene prima di tutto” e è il cittadino che deve decidere se vaccinarsi o meno.

L’adozione del “passaporto sanitario” era stata richiesta nei giorni scorsi da diversi settori, dopo che nel Paese si erano verificati i primi casi della variante Omicron del Covid-19, in persone arrivate dal Sudafrica e dall’Etiopia. Bolsonaro, inoltre, ha affermato che la società deve capire che “il virus sarà per sempre” e che “i vaccini, ancora sperimentali, presentano molte incognite”. Per motivare la decisione di non imporre la vaccinazione obbligatoria, il presidente brasiliano ha citato l’Organizzazione mondiale della sanità secondo la quale anche “coloro che sono vaccinati possono essere contaminati, trasmettere il virus e persino morire”.

Dopo aver ribadito che la “libertà degli individui è al di sopra di tutto”, Bolsonaro ha sottolineato che il Governo ha acquisito “vaccini per tutti” difendendo quindi anche la libertà di opzione a iniettarseli. Ma “non facciamo del vaccino un cavallo di battaglia per interessi politici”, ha poi esortato, rimarcando che nessuno può “essere minacciato di perdere i diritti o essere licenziato per non essere stato vaccinato, perché la libertà non ha prezzo”. Dunque, mentre i governi europei, spintisi oltre la linea che separa la libertà dalla dittatura, hanno imposto rigidi confinamenti e apartheid tra vaccinati e non vaccinati, trattando questi ultimi come zombie ai quali una lunga lista di spazi pubblici è interdetta, il Governo brasiliano, invece riconosce al suo popolo la capacità di scelta autonoma e indipendente. Chi è dunque fascista, Bolsonaro o i colleghi occidentali?

Proprio mentre il presidente brasiliano esaltava la libertà individuale e il limitato controllo governativo, in Italia veniva imposta una versione più restrittiva del Green pass per l’accesso a una molteplicità di attività, mentre la Germania annunciava un blocco a livello nazionale per i non vaccinati, anticipando un piano per la obbligatorietà del vaccino nei prossimi mesi. Seguendo l’Australia che ha introdotto le restrizioni più severe, il nuovo Governo di coalizione ha già suggerito che, per mantenere qualsiasi diritto, saranno necessari continui richiami vaccinali. Siamo ormai caduti nella società di sorveglianza totale, col ripristino pure del protocollo nazista “documenti per favore!”. La pandemia ha messo a nudo le tendenze autoritarie radicali dei leader di quelle che una volta erano le democrazie e oggi l’autoritarismo riguarda il vaccino. Ma domani potrebbe essere qualcos’altro.

I media che hanno perso ormai ogni integrità passando dall’altra parte, ora sono contro la gente e si sono semplicemente trasformati in organizzazioni di propaganda come nelle dittature del passato. La tirannia è quando l’intera popolazione non può muoversi senza permesso e questa è la Nuova Norma: non si hanno più diritti: tutto è semplicemente un privilegio che i governi possono ritirare a loro piacimento. Non c’è assolutamente alcuna prova che questo virus rappresenti una minaccia così monumentale da giustificare la resa di tutte le libertà, ciò che il presidente del Brasile, l’unico Paese finora ancora libero, ha sottolineato.

La gente, purtroppo, non ha ancora afferrato che i governi occidentali stanno lottando per mantenere il potere nel bel mezzo del loro castello di carte che sta crollando. Non si tratta di salute, il Covid è un colpo di Stato per nascondere una gravissima crisi economica e forzare un cambiamento politico e sociale a svantaggio della popolazione, scegliendo di sottometterla pur di non cedere un centimetro di potere. Spiacenti, tutte le proteste non dissuaderanno i governi occidentali dall’eliminare le misure tiranniche. Non vi è assolutamente alcuna prova storica che una volta che i poteri vengono conquistati in tempo di pace, vengano poi abbandonati senza rivoluzione. Non ci sarà alcun ritorno alla normalità ma la Storia avverte che l’unico modo per ripristinare i diritti umani è la violenza.

http://www.opinione.it/esteri/2021/12/06/gerardo-coco_brasile-covid-vaccini-bolsonaro-dittatura-pandemia/

Etiopia

I media etiopi, sotto il controllo di Addis Abeba, hanno comunicato mercoledì primo dicembre la riconquista da parte delle forze governative dello spettacolare sito di Lalibela, patrimonio mondiale dell’Unesco, che nel mese di agosto passò sotto il controllo delle milizie ribelli del Tigray. Ricordo che Lalibela è situata nell’Etiopia centro-settentrionale, nello Stato-regione dell’Amara, nato nel 1995. Il sito Unesco si adagia su un territorio montuoso a circa 2500 metri di altitudine, è considerato un “luogo sacro” e racchiude capolavori d’arte, di cultura e di architettura come le sue chiese monolitiche scavate nella roccia. L’Etiopia fu tra i primi Paesi a convertirsi al Cristianesimo, e Lalibela fu costruita come simbolica rappresentazione di Gerusalemme per volere dell’imperatore locale, Gebre Mesqel Lalibela (1162-1221), che visitò Gerusalemme prima della sua “riconquista” da parte dei Musulmani (1187).

Tuttavia, dopo la dichiarazione del Governo etiope, c’è stata la replica del Fronte popolare per la Liberazione del Tigray (Tplf) che contesta gli annunci di Addis Abeba, confermando il completo controllo dell’area e una lenta avanzata verso la Capitale. Comunque, in questa guerra mediatica e di euforiche dichiarazioni, mercoledì il Governo ha annunciato di aver ripreso anche il controllo della città di Shewa Robit, situata a circa 220 chilometri a nord-est della capitale. Inoltre, il servizio di comunicazione del Governo ha garantito che le forze filo-governative, oltre a avere ripreso Lalibela, hanno anche riconquistato il suo aeroporto internazionale. Ha annunciato il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che sono ripresi i voli umanitari dell’Onu tra Addis Abeba e Makalé, sospesi dal 22 ottobre dopo i raid aerei nella regione del Tigray. Piccoli rivoli di speranza, ha affermato Guterres, in un conflitto che da più di un anno oppone le forze filo-governative ai ribelli del Tplf.

Le note ufficiali del Governo etiope hanno ulteriormente reso noto che le forze governative stanno marciando anche sulla città di Sekota nella regione di Amhara, nel nord dell’Etiopia, e sembra che i combattimenti si sono estesi a Debre Sina, una cittadina a circa 180 chilometri da Addis Abeba, che era già stata conquistata dai ribelli del Tigray. Ma come accennato la guerra civile corre anche sulle “onde” dell’etere, infatti in un comunicato emanato mercoledì sera, dal comando militare del Tplf si negano i successi del Governo, affermando che le milizie del Tigray stavano solo svolgendo un “aggiustamento territoriale” in previsione di offensive strategiche. Nel mese di giugno i ribelli tigrini avevano riconquistato gran parte del Tigray, per poi avanzare nelle regioni limitrofe di Afar e Amhara, dove all’inizio di novembre hanno conquistato le città di Dessiè e Kombolcha, crocevia strategico sulla strada tra Gibuti e la capitale. Attualmente i combattimenti si stanno svolgendo su tre fronti, quello est, Dessiè, quello nord, Debre Sina e quello ad ovest di Addis Abeba.

Come è noto quest’area da tempo catalizza le attenzioni internazionali, essendo aperto anche il fronte, per ora solo “teorico”, tra Etiopia ed Egitto a causa della mega diga Gerd, la diga del Rinascimento etiope. Infatti, mentre Washington ha apertamente criticato la gestione della guerra da parte del presidente Abiy Ahmed, Cina e Russia sono state più caute; proprio coloro che avevano espresso il veto nell’ambito del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite riguardo alle sanzioni verso Addis Abeba in merito alla diga del Rinascimento. Così il ministro degli Esteri etiope la settimana scorsa ha riproposto, tramite Twitter, le immagini di una conferenza stampa avuta con l’omologo cinese Wang Yi, che era in visita in Etiopia. In quel contesto le dichiarazioni del diplomatico furono chiare: “La Cina si oppone a qualsiasi interferenza negli affari interni dell’Etiopia”. Un avvertimento a Washington? Anche l’Unione Africana, tramite il suo inviato per il Corno d’Africa, Olusegun Obasanjo, ha affermato l’impegno al fine di raggiungere almeno un momentaneo cessate il fuoco, ma finora i progressi sono stati nulli. Funzionari etiopi hanno precedentemente affermato che i ribelli devono ritirarsi da Amhara e Afar prima di poter trovare una soluzione pacifica, ma il Tplf ha rifiutato.

Un parziale successo militare governativo può essere attribuito a due fattori: il primo è che l’aviazione di Addis Abeba a metà settima scorsa ha bombardato la diga idroelettrica di Tekeze nel Tigray, che fornisce acqua ed energia alla regione, e si prevedono mesi di sofferenze, per la popolazione tigrina, prima di poterla ripristinare, anche considerando che da tempo ogni “rete mediatica” del Tigray è oscurata; il secondo è che le forze filo-governative stanno dispiegando droni Wing Loong di fabbricazione cinese, acquisiti dall’Etiopia in estate, dagli Emirati Arabi Uniti. Fonti diplomatiche affermano che anche Iran e Turchia sono sospettati di fornire tali dispositivi all’Etiopia, ma più che un sospetto può essere una certezza. Infatti, gli attacchi con i droni si sono intensificati da novembre. La storia si ripete, come nella guerra armena e con l’interferenza/partecipazione degli stessi attori e stessi strumenti. Afferma una fonte vicina alle Forze di Difesa Tigray (Tdf), che l’utilizzo di questi velivoli lenti, sbilancia le forze a favore di chi li utilizza, quindi i governativi e questo preoccupa gli strateghi militari del Tigray.

Dopo questi ultimi colpi di scena, Abiy Ahmed in un video del 27 novembre, ha affermato: “Fino a quando non distruggiamo il nemico, non ci sarà riposo”. La guerra è scoppiata nel novembre 2020 dopo che il primo ministro ha inviato l’esercito nella regione del Tigray per rimuovere le autorità locali dal Tplf che hanno sfidato la sua autorità e lo hanno accusato di aver attaccato basi militari. Secondo le Nazioni Unite, in quasi tredici mesi, la guerra ha causato migliaia di vittime, oltre 2 milioni di sfollati e fatto precipitare centinaia di migliaia di altri in condizioni da fame. Un’altra crisi umanitaria che vede al capezzale “l’impotenza internazionale”

http://www.opinione.it/esteri/2021/12/06/fabio-marco-fabbri_etiopia-guerra-civile-disastro-globale-unesco/Fabio Marco Fabbri