E’il Brasile l’unico paese rimasto libero?

Il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, un passato da ex militare di estrema destra, apertamente omofobo, forte sostenitore delle politiche nazionaliste e populiste, insomma, per molti occidentali un fascista a tuttotondo, recentemente, in una cerimonia tenutasi nel palazzo presidenziale a Brasilia, ha dichiarato che il suo Governo non prevede di imporre il cosiddetto “passaporto sanitario” nel Paese, poiché “la libertà viene prima di tutto” e è il cittadino che deve decidere se vaccinarsi o meno.

L’adozione del “passaporto sanitario” era stata richiesta nei giorni scorsi da diversi settori, dopo che nel Paese si erano verificati i primi casi della variante Omicron del Covid-19, in persone arrivate dal Sudafrica e dall’Etiopia. Bolsonaro, inoltre, ha affermato che la società deve capire che “il virus sarà per sempre” e che “i vaccini, ancora sperimentali, presentano molte incognite”. Per motivare la decisione di non imporre la vaccinazione obbligatoria, il presidente brasiliano ha citato l’Organizzazione mondiale della sanità secondo la quale anche “coloro che sono vaccinati possono essere contaminati, trasmettere il virus e persino morire”.

Dopo aver ribadito che la “libertà degli individui è al di sopra di tutto”, Bolsonaro ha sottolineato che il Governo ha acquisito “vaccini per tutti” difendendo quindi anche la libertà di opzione a iniettarseli. Ma “non facciamo del vaccino un cavallo di battaglia per interessi politici”, ha poi esortato, rimarcando che nessuno può “essere minacciato di perdere i diritti o essere licenziato per non essere stato vaccinato, perché la libertà non ha prezzo”. Dunque, mentre i governi europei, spintisi oltre la linea che separa la libertà dalla dittatura, hanno imposto rigidi confinamenti e apartheid tra vaccinati e non vaccinati, trattando questi ultimi come zombie ai quali una lunga lista di spazi pubblici è interdetta, il Governo brasiliano, invece riconosce al suo popolo la capacità di scelta autonoma e indipendente. Chi è dunque fascista, Bolsonaro o i colleghi occidentali?

Proprio mentre il presidente brasiliano esaltava la libertà individuale e il limitato controllo governativo, in Italia veniva imposta una versione più restrittiva del Green pass per l’accesso a una molteplicità di attività, mentre la Germania annunciava un blocco a livello nazionale per i non vaccinati, anticipando un piano per la obbligatorietà del vaccino nei prossimi mesi. Seguendo l’Australia che ha introdotto le restrizioni più severe, il nuovo Governo di coalizione ha già suggerito che, per mantenere qualsiasi diritto, saranno necessari continui richiami vaccinali. Siamo ormai caduti nella società di sorveglianza totale, col ripristino pure del protocollo nazista “documenti per favore!”. La pandemia ha messo a nudo le tendenze autoritarie radicali dei leader di quelle che una volta erano le democrazie e oggi l’autoritarismo riguarda il vaccino. Ma domani potrebbe essere qualcos’altro.

I media che hanno perso ormai ogni integrità passando dall’altra parte, ora sono contro la gente e si sono semplicemente trasformati in organizzazioni di propaganda come nelle dittature del passato. La tirannia è quando l’intera popolazione non può muoversi senza permesso e questa è la Nuova Norma: non si hanno più diritti: tutto è semplicemente un privilegio che i governi possono ritirare a loro piacimento. Non c’è assolutamente alcuna prova che questo virus rappresenti una minaccia così monumentale da giustificare la resa di tutte le libertà, ciò che il presidente del Brasile, l’unico Paese finora ancora libero, ha sottolineato.

La gente, purtroppo, non ha ancora afferrato che i governi occidentali stanno lottando per mantenere il potere nel bel mezzo del loro castello di carte che sta crollando. Non si tratta di salute, il Covid è un colpo di Stato per nascondere una gravissima crisi economica e forzare un cambiamento politico e sociale a svantaggio della popolazione, scegliendo di sottometterla pur di non cedere un centimetro di potere. Spiacenti, tutte le proteste non dissuaderanno i governi occidentali dall’eliminare le misure tiranniche. Non vi è assolutamente alcuna prova storica che una volta che i poteri vengono conquistati in tempo di pace, vengano poi abbandonati senza rivoluzione. Non ci sarà alcun ritorno alla normalità ma la Storia avverte che l’unico modo per ripristinare i diritti umani è la violenza.

http://www.opinione.it/esteri/2021/12/06/gerardo-coco_brasile-covid-vaccini-bolsonaro-dittatura-pandemia/

Etiopia

I media etiopi, sotto il controllo di Addis Abeba, hanno comunicato mercoledì primo dicembre la riconquista da parte delle forze governative dello spettacolare sito di Lalibela, patrimonio mondiale dell’Unesco, che nel mese di agosto passò sotto il controllo delle milizie ribelli del Tigray. Ricordo che Lalibela è situata nell’Etiopia centro-settentrionale, nello Stato-regione dell’Amara, nato nel 1995. Il sito Unesco si adagia su un territorio montuoso a circa 2500 metri di altitudine, è considerato un “luogo sacro” e racchiude capolavori d’arte, di cultura e di architettura come le sue chiese monolitiche scavate nella roccia. L’Etiopia fu tra i primi Paesi a convertirsi al Cristianesimo, e Lalibela fu costruita come simbolica rappresentazione di Gerusalemme per volere dell’imperatore locale, Gebre Mesqel Lalibela (1162-1221), che visitò Gerusalemme prima della sua “riconquista” da parte dei Musulmani (1187).

Tuttavia, dopo la dichiarazione del Governo etiope, c’è stata la replica del Fronte popolare per la Liberazione del Tigray (Tplf) che contesta gli annunci di Addis Abeba, confermando il completo controllo dell’area e una lenta avanzata verso la Capitale. Comunque, in questa guerra mediatica e di euforiche dichiarazioni, mercoledì il Governo ha annunciato di aver ripreso anche il controllo della città di Shewa Robit, situata a circa 220 chilometri a nord-est della capitale. Inoltre, il servizio di comunicazione del Governo ha garantito che le forze filo-governative, oltre a avere ripreso Lalibela, hanno anche riconquistato il suo aeroporto internazionale. Ha annunciato il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che sono ripresi i voli umanitari dell’Onu tra Addis Abeba e Makalé, sospesi dal 22 ottobre dopo i raid aerei nella regione del Tigray. Piccoli rivoli di speranza, ha affermato Guterres, in un conflitto che da più di un anno oppone le forze filo-governative ai ribelli del Tplf.

Le note ufficiali del Governo etiope hanno ulteriormente reso noto che le forze governative stanno marciando anche sulla città di Sekota nella regione di Amhara, nel nord dell’Etiopia, e sembra che i combattimenti si sono estesi a Debre Sina, una cittadina a circa 180 chilometri da Addis Abeba, che era già stata conquistata dai ribelli del Tigray. Ma come accennato la guerra civile corre anche sulle “onde” dell’etere, infatti in un comunicato emanato mercoledì sera, dal comando militare del Tplf si negano i successi del Governo, affermando che le milizie del Tigray stavano solo svolgendo un “aggiustamento territoriale” in previsione di offensive strategiche. Nel mese di giugno i ribelli tigrini avevano riconquistato gran parte del Tigray, per poi avanzare nelle regioni limitrofe di Afar e Amhara, dove all’inizio di novembre hanno conquistato le città di Dessiè e Kombolcha, crocevia strategico sulla strada tra Gibuti e la capitale. Attualmente i combattimenti si stanno svolgendo su tre fronti, quello est, Dessiè, quello nord, Debre Sina e quello ad ovest di Addis Abeba.

Come è noto quest’area da tempo catalizza le attenzioni internazionali, essendo aperto anche il fronte, per ora solo “teorico”, tra Etiopia ed Egitto a causa della mega diga Gerd, la diga del Rinascimento etiope. Infatti, mentre Washington ha apertamente criticato la gestione della guerra da parte del presidente Abiy Ahmed, Cina e Russia sono state più caute; proprio coloro che avevano espresso il veto nell’ambito del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite riguardo alle sanzioni verso Addis Abeba in merito alla diga del Rinascimento. Così il ministro degli Esteri etiope la settimana scorsa ha riproposto, tramite Twitter, le immagini di una conferenza stampa avuta con l’omologo cinese Wang Yi, che era in visita in Etiopia. In quel contesto le dichiarazioni del diplomatico furono chiare: “La Cina si oppone a qualsiasi interferenza negli affari interni dell’Etiopia”. Un avvertimento a Washington? Anche l’Unione Africana, tramite il suo inviato per il Corno d’Africa, Olusegun Obasanjo, ha affermato l’impegno al fine di raggiungere almeno un momentaneo cessate il fuoco, ma finora i progressi sono stati nulli. Funzionari etiopi hanno precedentemente affermato che i ribelli devono ritirarsi da Amhara e Afar prima di poter trovare una soluzione pacifica, ma il Tplf ha rifiutato.

Un parziale successo militare governativo può essere attribuito a due fattori: il primo è che l’aviazione di Addis Abeba a metà settima scorsa ha bombardato la diga idroelettrica di Tekeze nel Tigray, che fornisce acqua ed energia alla regione, e si prevedono mesi di sofferenze, per la popolazione tigrina, prima di poterla ripristinare, anche considerando che da tempo ogni “rete mediatica” del Tigray è oscurata; il secondo è che le forze filo-governative stanno dispiegando droni Wing Loong di fabbricazione cinese, acquisiti dall’Etiopia in estate, dagli Emirati Arabi Uniti. Fonti diplomatiche affermano che anche Iran e Turchia sono sospettati di fornire tali dispositivi all’Etiopia, ma più che un sospetto può essere una certezza. Infatti, gli attacchi con i droni si sono intensificati da novembre. La storia si ripete, come nella guerra armena e con l’interferenza/partecipazione degli stessi attori e stessi strumenti. Afferma una fonte vicina alle Forze di Difesa Tigray (Tdf), che l’utilizzo di questi velivoli lenti, sbilancia le forze a favore di chi li utilizza, quindi i governativi e questo preoccupa gli strateghi militari del Tigray.

Dopo questi ultimi colpi di scena, Abiy Ahmed in un video del 27 novembre, ha affermato: “Fino a quando non distruggiamo il nemico, non ci sarà riposo”. La guerra è scoppiata nel novembre 2020 dopo che il primo ministro ha inviato l’esercito nella regione del Tigray per rimuovere le autorità locali dal Tplf che hanno sfidato la sua autorità e lo hanno accusato di aver attaccato basi militari. Secondo le Nazioni Unite, in quasi tredici mesi, la guerra ha causato migliaia di vittime, oltre 2 milioni di sfollati e fatto precipitare centinaia di migliaia di altri in condizioni da fame. Un’altra crisi umanitaria che vede al capezzale “l’impotenza internazionale”

http://www.opinione.it/esteri/2021/12/06/fabio-marco-fabbri_etiopia-guerra-civile-disastro-globale-unesco/Fabio Marco Fabbri

Trattato del Quirinale

Fonte: Italicum

Il prossimo giovedì verrà siglato a Roma il cosiddetto “Trattato del Quirinale”. Macron e Draghi, alla presenza di Mattarella, firmeranno un misterioso documento sui cui contenuti nulla è dato di sapere. Perfino i membri del Parlamento sono stati tenuti all’oscuro. Ufficialmente si tratta di coordinamento in materia di politica europea ed estera, di sicurezza e di difesa, di politica migratoria, di economia, di scuola, ricerca, cultura e cooperazione transfrontaliera. L’assenza di informazioni ha fatto sorgere il sospetto che possa trattarsi della riedizione di quegli accordi bilaterali di Caen, del 2015, con il quale il Governo Renzi aveva tentato di cedere alla Francia acque territoriali dei mari di Sardegna, Toscana e Liguria che il Parlamento fortunatamente non ratificò.
Allo stato attuale, con l’insediamento del governo Draghi, di un governo di unità nazionale eurocrartico che governa con maggioranze bulgare, sarebbe assai difficile che un parlamento, ormai espropriato delle sue funzioni istituzionali, si possa opporre alla ratifica di un trattato con la Francia. Si aggiunga inoltre che sussiste tra Draghi e Macron una evidente affinità sia ideologica che politica.  
Ora, sembra che gli amici dei francesi, molto numerosi tra i nostri politici – basti scorrere l’elenco dei decorati con la Legion D’Onore, in maggioranza del PD – siano tornati alla carica ed anche per le forti pressioni di Mattarella, ora si sia giunti alla vigilia della firma. Il deputato della Lega, Claudio Borghi, così come la Meloni, denunciano l’estromissione del Parlamento riguardo il contenuto del documento, mentre, il politologo Carlo Pelanda, sulla base delle indiscrezioni trapelate, paventa come questa firma sancirebbe “un’auto-annessione alla Francia, industriale e strategica.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-misterioso-trattato-del-quirinale

Guerra fredda

Dopo lo scatenamento del covid e il senso di impunità e di onnipotenza che la capacità di creare pressoché dal nulla una pandemia ha generato nelle elite occidentali, la follia più totale sembra essersi impadronita della governance europea  e in particolare di quella tedesca che sta cercando con incredibile pervicacia la distruzione del Paese: nonostante le riserve di gas siano al 75 per cento della quantità ottimale, Berlino sta facendo di tutto per evitare che il gar russo fluisca attraverso il North Stream 2, mentre l’informazione sta diffondendo l’idea che la carenza dipenda da Mosca e da Putin che negano il gas esercitando l’ormai collaudata disponibilità alla menzogna totale, messa a punto durante la pandemia. E’ assurdo, ma quante cose sono capaci di credere i nostri concittadini, quanti asini vedono volare tutti i giorni sopra le loro teste? Pensate che dopo anni e anni di costruzione e di contratti la Germania o meglio la Bundesnetz agentur,( si scrive tutto attaccato, ma io comincio a seguire le indicazioni della commissione tedesca sulla lingua che ha deciso di limitare l’unione di più parole) ovvero il regolatore delle reti energetiche tedesche, ha scoperto all’improvviso che la società svizzera Nord Stream 2 AG incaricata di gestire il “traffico” del gas non soddisfaceva le condizioni per essere un “operatore indipendente” e poteva essere certificata solo se era “organizzata in una forma giuridica secondo il diritto tedesco”. Questo significa che la società svizzera dovrà aprire una filiale in Germania, significa mesi di trattative, significa che prima dell’inverno 2022 nemmeno un metro cubo di gas passerà per il nuovo impianto.

Tutto questo ha come pretesto la vicenda dei rifugiati al confine tra Bielorussia e Polonia, siriani, afgani e irakeni che prima dovevano essere accolti a tutti i costi (anche se poi si pagava la Turchia per tenerli in campo di concentramento) mentre adesso che tutte quelle guerre sono perse nessuno li vuole più, ha come attore principale il partito dei verdi che coniuga la metafisica climatica con l’odio verso la Russia e come motore la cieca scommessa neoliberista dell’UE di acquistare a breve termine sul mercato spot, rinunciando ai  sicuri contratti a lungo termine delle società energetiche russe. Insomma un coacervo di azioni totalmente prive di ragionevolezza: è la Germania ad avere bisogno della Russia e non viceversa. Il gas che  Gazprom non venderà al nord Europa sarà venduto all’est e sud dell’Europa tramite Turk Stream, e soprattutto a clienti asiatici, che non ricattano e pagano molto meglio degli europei. A questo si devono aggiungere i 200 miliardi di euro di multe che Gazprom dovrà riscuotere dal consorzio europeo che ha chiesto la costruzione del gasdotto che si cerca a tutti costi di non usare. Così adesso la Germania  in barba alle favole delle varie Cop deve fare andare al massimo le centrali a carbone, ovvero quelle più sporche. Ma senza ovviamente poter coprire il fabbisogno reale di energia mentre ci vorranno anni prima che sia possibile porre rimedio attraverso il gas liquefatto che  tuttavia avrà costi di gran lunga superiori: l’intero settore industriale tedesco è in forte pericolo e subirà in ogni caso forti contraccolpi. E dire che la Russia e in termini minori la Cina e l’Iran si sono assicurati le enormi riserve scoperte nel mar Caspio, un giacimento  da 48 miliardi di barili di petrolio e 9 triliardi di metri cubi di gas che costituiranno una rendita sicura per vent’anni . Se per caso si vuole colpire la Russia con tali politiche, forse si dovrebbero ricoverare in appositi manicomi i responsabili di tutto questo.

E’ in questo assurdo contesto che sta maturando una decisiva svolta geopolitica: l’indirizzamento delle risorse naturali russe inclusi petrolio e gas naturale, verso la Cina, come parte di un partenariato strategico Russia-Cina. Mosca non ha alcun bisogno di scambi con l’UE, poiché la Cina è molto più avanti dell’Europa nelle tecnologie più avanzate e qualsiasi futuro negoziato con qualsiasi governo tedesco non potrà che partire da questa realtà. Ma il caso del Nord Stream 2 aggiunge ulteriori livelli all’imbarazzante pasticcio dell’UE in quanto riguarda il benessere delle popolazioni che già vivono all’interno della sgangherata Fortezza Europa: queste folli decisioni preannunciano scarsità di gas, aumento delle bollette e di tutte le risorse vitali comprese quelle alimentari. E di certo la gente non può mangiarsi le stupide e infantili chiacchiere giornalistiche sulla cattiva Russia, questa fanghiglia informativa non è davvero più commestibile  Gli unici cattivi e per giunta imbecilli si ritrovano tra Berlino e Bruxelles. 

integrale da https://ilsimplicissimus2.com/2021/11/19/bruxelles-berlino-il-folle-asse-del-freddo/

Draghi va avanti

Il governo Draghi prosegue nel suo percorso per traghettare l’Italia verso il nuovo ordine globalista ed imporre le sue ricette economiche .
Il banchiere è stato scelto come il personaggio più adatto per realizzare il programma grazie al suo prestigio ed alla sua capacità manageriale. Un fiduciario a pieno titolo delle elite finanziarie che metterà a punto tutte le fasi di tale programma.

La pandemia è stato il pretesto per mettere in atto il piano per la ristrutturazione del sistema economico e dell’ordine sociale, quello a cui mirano le elite di potere globaliste.

Lo status di emergenza continua è perfettamente funzionale a realizzare quel sistema di sorveglianza che gradualmente deve sostituire le libertà ed i diritti garantiti dalla Costituzione e dalle leggi. Con l’imposizione obbligatoria del green pass hano fatto un grande passo in avanti e ne seguiranno altri per il controllo delle persone.
La seconda fase prevista é la svendita di quanto rimane del patrimonio nazionale e la distruzione dell’economia reale e questa si realizzerà con l’imposizione di una nuova emergenza, quella della green economy , che prevede la decrescita, le tasse sulle energie fossili, su diesel benzina, gas, ecc.. Un enorme business finanziato dalle grandi centrali finanziarie speculative a scapito della produzione reale.
L’Italia sarà campo aperto per le multinazionali e per le grandi banche e dovranno fallire o essere acqusite tutte o quasi le piccole e medie aziende della filiera economica nazionale, con un piano parallelo di tassazione del risparmio e delle proprietà immobiliari.
Questo piano è troppo importante per trovare intralcio da parte delle proteste di qualche minoranza rumorosa e ostinata come quella dei portuali di Trieste. Non si può tollerare e per questo stanno entrando in azione le consuete tattiche per disarticolare e neutralizzare le proteste che rischiano di contagiare le tante piazze delle città italiane. Hanno usato il bastone a Trieste ed adesso inizieranno ad offrire la “carota” a chi si rassegna e si adegua, Stiamo preparati.

La protesta a Trieste


Il governo vuole assolutamente evitare che il contagio delle proteste si estenda e per questo prepara i suoi congegni anche a costo di provocare incidenti e repressione brutale dei manifestanti che sono considerati dal coro dei media asserviti come pericolosi ed irresponsabili.
A breve si vedranno gli sviluppi, basta attendere
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Luciano Lago in https://www.controinformazione.info/le-proteste-non-fermano-lagenda-del-governo-draghi-e-dei-suoi-sodali/

Resilienza

La storia è nota. I vertici anglosassoni consegnano ai politici e tecnici italiani una lista di ordini non negoziabili da eseguire con precisione e velocemente. Nessuno ha mai indagato veramente sull’immensa entità del pizzo incassato dalla classe dominante italiana ha incassato per questo compito servile. Nessuno. Silenzio totale e tombale! Solamente qualche isolato strillo nel deserto, ma mai una indagine organica e completa dai partiti o dai canali prevalenti di informazione! La demarcazione del 2 giugno 1992 è un falso ad usum delphini. Il processo di liquefazione del sistema Italia viene da molto più lontano. Ad esempio, possiamo indicare il referendum monarchia-repubblica: un test elettorale molto manipolato per ordine degli alti comandi delle forze di occupazione alleate, Inghilterra in testa. Ma la ricerca storica seria, e ancora e purtroppo in minoranza rispetto alla vulgata prevalente, accomodante e soporifera, evidenzia che il mancato decollo del nostro Paese risale almeno a due secoli prima, per mano anglo-francese. Lentamente, sta uscendo fuori che l’Italia è stata creata a tavolino il 17 marzo 1861, per essere lanciata come diversivo contro gli Imperi centrali 54 anni dopo, causando la morte di centinaia di migliaia di ragazzi bruciati come carne da macello, a mani nude contro le linee nemiche di fronte alle mitragliatrici austro-ungariche. A questo genocidio si aggiunse la falciatura attuata con ossessive e continue decimazioni eseguite nelle trincee dai carabinieri su ordine di Cadorna, la cui stupida ferocia e crudeltà è stata pari solo al gen. Cialdini!

Si sa, le precisazioni storiche non fanno comodo a nessuno. Si preferisce dominare con un pensiero schematico montato con slogan brevi e facilmente assorbibili. È quello che accade da decenni in tutto il mondo, e il nostro Paese non fa eccezione. Lo vediamo nella rappresentazione rovesciata delle priorità delle linee di governo attuali: immigrazione e accoglienza senza regole – con enormi proventi in favore di Ong e colossi dell’accoglienza guidati dai parenti di politici, dirigenti di società e altri, politiche di genere; censura buonista che si abbatte su ogni contenuto culturale del passato oltre che del presente; vaccinismo ossessivo e, a seguire, il climatismo come armi terroristiche, con il preciso intento di frantumare lo stato sociale, le tutele e i diritti acquisiti. Tutta questa macelleria sociale viene attuata in nome di una emergenza continua che è una contraddizione in termini, ormai inculcata massicciamente. L’emergenza totalitaria ininterrotta nasce con il famoso titolo del Sole 24 Ore “Fate presto” del 10 novembre 2011; titolo riportato rapidamente e servilmente da molti altri periodici del tempo.

Mentre il Paese continua ad essere il terreno di sperimentazione di aggiornate forme di guerra ibrida a bassa intensità, abbiamo oggi l’apertura della mostra Inferno al Quirinale, dove spicca la ferale simbologia della porta dell’inferno di A. Rodin. Il Quirinale dovrebbe essere il luogo simbolo dell’unità nazionale e non della sua distruzione! Sempre oggi, parte la caccia persecutoria ai reprobi non vaccinati con irrogazione di sanzioni severissime come il taglio dello stipendio e i mancati versamenti dei contributi, violando in un colpo solo almeno una decina di normative del diritto italiano, costituzionale e del lavoro. La copertura dell’ottanta percento non basta. Deve essere del 130 per cento, compresi, prossimamente, i nascituri in gestazione, poi, forse, gli animali domestici e così via.

Tutto questo in nome di uno stato di emergenza codificato dalla emissione infinita di decreti legge e non più dai contestatissimi provvedimenti amministrativi dpcm emessi a raffica da Badoglio 2.0. Se la situazione attuale continua sotto questi auspici, avremo la imposizione di decreti-legge continuamente rinnovati ogni sei mesi, con un parlamento e con le istituzioni di controllo giuridiche, economiche, finanziarie, della sicurezza nazionale totalmente paralizzati da ricatti reciproci dei responsabili ai vertici, notoriamente cooptati con criteri totalmente avulsi dai loro meriti professionali.

Si va avanti con gli slogan, con il terrorismo mediatico, con le dimostrazioni di piazza un giorno prima delle votazioni amministrative, benedette dal tempestivo e velocissimo parere di alcuni costituzionalisti che affermano che le ridette manifestazioni non violano il silenzio elettorale.

Satanismo, demolizione pianificata del diritto, dello stato sociale, delle tutele, della filiera economica; promozione dell’immigrazionismo senza regole; genderismo a marce forzate nei canali televisivi (film, spettacoli e spazi pubblicitari in televisione con reclutamento scientificamente distribuito fra normali, gender e non bianchi) sono le priorità di una compagine governativa minoritaria e staccata dal Paese reale ma saldamente sostenuta da poteri esterni europei e atlantici; con vaccinismo ossessivo e terroristico; con la conduzione dell’ennesimo capo del governo non eletto che, con espressa sua affermazione, risponde esclusivamente agli ordini esecutivi elencati nel testo del Pnrr (Piano nazionale di Ripresa e Resilienza), come egli stesso ha dichiarato senza mezzi termini, con attenzione a quanto dice nel filmato registrato sul canale Youtube al punto 0,12.

Buona resilienza a tutti!

http://www.opinione.it/economia/2021/10/15/manlio-lo-presti_alitalia-mps-sole24-ore-banche-assicurazioni-demolizione-sistema-italia/

Siria: aggiornamento

Tuttavia, il petrolio iraniano non è l’unico problema che gli Stati Uniti ei paesi arabi devono affrontare. Sono molto preoccupati che la Siria rimanga nella sfera di influenza iraniana. L’Iran ha guadagnato una popolarità senza precedenti in Siria a causa della politica di Washington, che voleva creare uno stato fallito in Siria e rimuovere il presidente Assad dal potere. Inoltre, l’Iran ha raccolto più lodi quando gli Stati Uniti non sono stati in grado di destabilizzare Siria, Iraq e Libano. L’amministrazione statunitense pensava che imponendo dure sanzioni alla Siria e impedendo qualsiasi riavvicinamento tra Damasco e altre capitali regionali e occidentali, avrebbe potuto far leva sul presidente Assad e costringerlo a dettare le sue condizioni.

Sembra che l’amministrazione di Joe Biden stia iniziando a valutare le cose in modo più realistico, come espresso dal re giordano dopo aver incontrato Biden. Non è un caso che re Abdullah affermi da Washington che c’è la necessità del ritorno della Siria e dei rapporti con Assad, argomento tabù per le precedenti amministrazioni statunitensi. È davvero un passo piccolo ma significativo, anche se non significa che gli Stati Uniti riscalderanno presto le loro relazioni con la Siria. Invece, il ritorno del rapporto dei paesi arabi e occidentali con Assad è una preparazione per l’opinione pubblica a riconoscere che il presidente siriano è il leader eletto del suo paese, cosa che i paesi coinvolti nell’ultimo decennio di guerra non possono più ignorare.

Il presidente siriano ha detto ai suoi numerosi visitatori ufficiali regionali e occidentali che “gli Stati Uniti non hanno mai interrotto le loro relazioni di sicurezza con la Siria. Tuttavia, in Siria rifiutiamo qualsiasi dialogo politico a meno che le forze occupate dagli Stati Uniti non si ritirino dalla regione attiva del nord-est».

Gli Stati Uniti e molti stati europei hanno mantenuto una relazione di sicurezza e antiterrorismo con la Siria (Francia, Italia, Germania e altri). Tuttavia, la Siria ha stabilito che tutte le delegazioni europee riaprano le porte delle loro ambasciate prima di impegnarsi in relazioni politiche. Il governo di Damasco è più forte oggi che mai, in particolare quando il sud è tornato completamente sotto il controllo dell’esercito siriano.

Infatti, in queste ultime settimane , la Siria ha liberato Daraa e Tafas , assicurando più di 328 chilometri a partire dalla Badia a As-Suwayda e Daraa. Pochi giorni fa, tutte le città dell’area di Huran sono cadute sotto il controllo dell’esercito siriano. Gran parte del sud della Siria era sotto i ribelli che coesistevano con l’esercito siriano, a seguito di un accordo stipulato dalla Russia nel 2018 . Questi militanti hanno creato una “zona cuscinetto”, controllando il valico di frontiera con la Giordania e proteggendo gli israeliani che occupano le alture del Golan siriano e i confini di Israele. Gli israeliani hanno ripetutamente affermato di temere la presenza di Hezbollah e dell’Iran ai confini siriani e non sono riusciti a imporre una zona libera dalla presenza iraniana ovunque la leadership siriana desiderasse che fosse.

Tuttavia, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato : “La Russia non accetterà che la Siria venga utilizzata come piattaforma per operazioni contro Israele”. Pertanto, la Russia sta inviando il messaggio agli Stati Uniti e a Israele che le forze siriane ai confini siriani sono un garante della protezione di Israele e un’indicazione all’Iran che Mosca desidera che il fronte delle alture del Golan occupato rimanga freddo.

Il ministro russo Lavrov esprime senza dubbio la preoccupazione della Russia per l’incolumità e la sicurezza di Israele e offre la garanzia di Mosca per prevenire attacchi contro le alture del Golan occupate. Tuttavia, la Russia non ha impedito a Israele di violare la sovranità e il territorio siriano. Israele, infatti, ha compiuto più di mille attentati, violando la sovranità siriana, uccidendo molti civili e distruggendo molte postazioni e magazzini appartenenti allo stato siriano. Mosca ha offerto all’esercito siriano missili terra-aria per intercettare gli attacchi aggressivi e ripetitivi israeliani, ma non è riuscito a fermare questi attacchi anche quando Israele è stato responsabile dell’abbattimento dell’aereo Il-20 e dell’uccisione di 15 membri del servizio russo.

La Russia è presente nel sud dal 2018, a seguito di un accordo tra militanti locali e governo siriano. Questo accordo non è più necessario perché le forze di Damasco hanno preso il controllo completo del sud della Siria. Inoltre, la Russia non può impedire alla Siria di liberare il suo territorio (le alture del Golan) quando il governo centrale deciderà di farlo in qualsiasi momento in futuro.

Indubbiamente, l’influenza iraniana e la presenza militare in Siria sono state conseguenze della guerra globale contro la Siria e della sua richiesta di sostegno all’Iran. Anche se gli Stati Uniti stanno impedendo ai paesi del Medio Oriente di ristabilire i legami con la Siria, Damasco mostra la volontà di aprire una nuova pagina con i paesi occidentali e arabi. Pertanto, gli Stati Uniti sono il principale contributore alla crescente influenza iraniana nel Levante, quando la “Repubblica Islamica” è il principale sostenitore e fornitore di beni di prima necessità della Siria.

Gli Stati Uniti potrebbero cercare di compensare rivedendo la propria posizione sulla Siria e la propria autoviolazione della “Legge di Cesare” per creare nuovi equilibri nella regione e consentire alla Lega araba di includere nuovamente Damasco. Durante il recente vertice di Baghdad, il presidente francese Emmanuel Macron ha promesso al primo ministro iracheno Mustafa Al-Kadhemi di esaminare le relazioni dell’UE con Assad. Al-Kadhemi ha informato il presidente al-Assad in una conversazione telefonica privata di venti minuti subito dopo la fine della conferenza.

Il ritorno delle relazioni ufficiali tra Giordania e Siria è legato alla sicurezza delle frontiere, alla prevenzione delle vecchie e nuove strade di contrabbando tra i due paesi e alla lotta al terrorismo. La Giordania sta assumendo un ruolo guida come pioniere nell’aprire la porta ad altri paesi del Medio Oriente per attraversarlo e consentire all’amministrazione statunitense di preparare la sua futura politica per consentire alla Siria di tornare alle piattaforme regionali e internazionali e non essere più isolata. Questo non accadrà molto presto. Tuttavia, è l’inizio di un fondamentale spostamento di posizione verso la Siria.

La comunità internazionale non avrà altra scelta che abbracciare la Siria, prima è, meglio è, prima che venga attuato l’accordo nucleare con l’Iran e quando tutte le sanzioni saranno revocate. Quando ciò accadrà nei prossimi mesi, l’Iran dovrebbe diventare molto più forte finanziariamente e godere di un potere economico e finanziario senza precedenti. Il suo sostegno alla Siria sarà molto più significativo, rendendo inutile e inefficace l’embargo USA-UE.

La petroliera iraniana è attraccata in Siria e il gasolio è stato trasportato in Libano, proprio come lo è l’offerta di armi di Hezbollah. La presenza iraniana a Quneitra preoccupa anche Israele e gli Stati Uniti e sfida l’occupazione israeliana del Golan siriano. Inoltre, la guerra siriana sta volgendo al termine con la liberazione dei territori occupati dagli Usa-Turchi nel nord. Le forze statunitensi se ne andranno prima o poi, causando grave preoccupazione alle forze curde in quella parte nord-orientale del Paese.

Infatti, il rappresentante del “Consiglio democratico siriano” (la forza che protegge le forze di occupazione statunitensi) negli Stati Uniti, Bassam Saqr, ha affermato che “l’America dovrebbe avvertire i curdi siriani se viene presa la decisione di ritirare tutte le forze. Il ritiro, ogni volta che avverrà, dovrà essere graduale, passo dopo passo”.

È prevedibile un cambiamento nella politica degli Stati Uniti e nella sua revisione del futuro delle sue forze che occupano il nord-est della Siria. Ciò che ha sollevato gravi allarmi negli Stati Uniti e in altri paesi del Golfo è la forza che l’Iran ha raggiunto e il potere di cui gode come conseguenza involontaria della guerra siriana nel 2011. È giunto il momento di ammettere il fallimento degli obiettivi degli Stati Uniti e consentire al governo siriano di l’economia e il suo rapporto con il resto del mondo a fiorire. Le relazioni siriano-iraniane sono strategiche e il loro legame forte è abbastanza solido da non essere a rischio nonostante il futuro sviluppo in Siria.

Correzione di: Maurice Brasher

Traduzione : Gerard Trousson

La Russia, territorio libero di Europa

Nel 2022 ricorreranno sia il centenario della nascita sia il trentennale della morte di Jean Thiriart (1922-1992), un “geopolitico militante”[1] di cui “Eurasia” si è occupata più volte, rendendo accessibili al pubblico italiano numerosi articoli da lui pubblicati su periodici oggi praticamente irreperibili[2]. Strenuo e indefesso propugnatore, nell’Europa divisa tra il blocco atlantico e quello euro-sovietico, della necessità storica di “edificare una grande Patria: l’Europa unitaria, potente, comunitaria”[3], nel 1964 Thiriart ne indicò le dimensioni geografiche e demografiche: “Nel contesto di una geopolitica e di una civiltà comune (…) l’Europa unitaria e comunitaria si estende da Brest a Bucarest. (…) Contro i 414 milioni di Europei vi sono i 180 milioni di abitanti degli USA e i 210 milioni di abitanti dell’URSS”[4]. Concepito come terza forza sovrana ed armata, indipendente da Washington e da Mosca, l’“impero di 400 milioni di uomini” preconizzato da Thiriart avrebbe dovuto instaurare con l’URSS un rapporto di coesistenza basato su condizioni precise: “Con l’URSS una coesistenza pacifica non sarà possibile se non dopo che tutte le nostre province dell’Est avranno riacquistata l’indipendenza. La vicinanza pacifica con l’URSS comincerà il giorno in cui questa retrocederà entro le frontiere del 1938. Ma non prima: ogni forma di convivenza che possa implicare la divisione dell’Europa non è che una frode”[5]. Secondo Thiriart la coesistenza pacifica tra l’Europa e l’URSS avrebbe avuto il suo esito più logico in “un asse Brest-Vladivostok. (…) Se l’URSS vuole conservare la Siberia, deve fare la pace con l’Europa, con l’Europa da Brest a Bucarest, lo ripeto. L’URSS non ha, ed avrà sempre meno, la forza per conservare Varsavia e Budapest da una parte e Chita e Khabarovsk dall’altra. Dovrà scegliere, o rischiare di perdere tutto. (…) L’acciaio che si produce nella Ruhr potrebbe servire benissimo a difendere Vladivostok”[6].

L’asse Brest-Vladivostok teorizzato all’epoca da Thiriart sembrava avere più che altro il significato di un accordo finalizzato a definire le rispettive aree d’influenza dell’Europa unitaria e dell’URSS, poiché “nella prima metà degli anni Sessanta Thiriart ragiona ancora nei termini di una geopolitica ‘verticale’[7], che lo porta a pensare secondo una logica più ‘eurafricana’ che ‘eurasiatica’, ovvero a delineare un’estensione dell’Europa da Nord a Sud e non da Est a Ovest”[8].

Lo scenario abbozzato nel 1964 venne sviluppato da Thiriart negli anni successivi, cosicché nel 1982 egli poteva definirlo nel modo seguente: “Non bisogna più ragionare o speculare in termini di conflitto fra l’URSS e noi, ma in termini di avvicinamento e poi di unificazione. (…) bisogna aiutare l’URSS a completarsi nella grande dimensione continentale. Ciò triplicherà la popolazione sovietica, che per questo fatto stesso non potrà più essere una potenza a dominante ‘carattere russo’. (…) Sarà la fisica della storia a costringere l’URSS a cercare rive sicure: Reykjavik, Dublino, Cadice, Casablanca. Al di qua di questi limiti l’URSS non avrà mai tranquillità e dovrà vivere in una preparazione militare incessante. E costosa”[9].

Ormai la visione geopolitica di Thiriart era diventata dichiaratamente eurasiatista: “L’Impero euro-sovietico – si legge in un suo articolo del 1987 – si inscrive nella dimensione eurasiatica”[10]. Tale concetto venne da lui ribadito nel lungo discorso pronunciato a Mosca tre mesi prima di morire: “L’Impero europeo – disse – è, per postulato, eurasiatico”[11].

L’idea di un “Impero euro-sovietico” venne formulata da Thiriart in un libro scritto nel 1984 e uscito postumo nel 2018[12]. Nel 1984, scriveva l’autore, “la storia conferisce ai Sovietici l’eredità, il ruolo, il destino che per un breve momento era stato assegnato al Reich: l’URSS è la principale potenza continentale in Europa, è l’heartland dei geopolitici. Il mio discorso attuale è rivolto ai capi militari di quel magnifico strumento che è l’Armata sovietica, uno strumento al quale manca una grande causa”[13]. Partendo dalla constatazione che nel mosaico europeo costituito di Stati satelliti degli USA e dell’URSS l’unico Stato realmente indipendente, sovrano e militarmente forte era quello sovietico, Thiriart assegnava all’URSS un ruolo analogo a quelli svolti dal Regno di Sardegna nel processo di unificazione italiana e dal Regno di Prussia nel mondo germanico o, per citare un parallelo storico più antico proposto dallo stesso Thiriart, dal Regno di Macedonia nella Grecia del IV secolo a.C.: “La situazione della Grecia del 350 a.C., frantumata in Stati cittadini rivali e spartita fra le due potenze dell’epoca, Persia e Macedonia, presenta un’evidente analogia con la situazione dell’attuale Europa occidentale, divisa in piccoli e deboli Stati territoriali (Italia, Francia, Inghilterra, Germania federale) sottomessi alle due superpotenze”[14]. Perciò, come vi fu un partito filomacedone ad Atene, così sarebbe stato opportuno creare nell’Europa occidentale un partito rivoluzionario che collaborasse con l’Unione Sovietica; la quale, oltre a liberarsi dalle pastoie ideologiche dell’incapacitante dogmatismo marxista, avrebbe dovuto evitare ogni tentazione di instaurare un’egemonia russa sull’Europa, altrimenti la sua impresa sarebbe inevitabilmente fallita, così come era fallito il tentativo napoleonico di instaurare un’egemonia francese sul continente. “Non si tratta – precisava Thiriart – di preferire un protettorato russo ad un protettorato americano. No. Si tratta di fare scoprire ai Sovietici, i quali probabilmente ne sono inconsapevoli, il ruolo che essi potrebbero svolgere: ingrandirsi identificandosi con tutta l’Europa. Così come la Prussia, ingrandendosi, diventò l’Impero tedesco. L’URSS è l’ultima potenza europea indipendente che dispone di un’importante forza militare. Ad essa manca l’intelligenza storica”[15].

* * *

Da trent’anni l’URSS non esiste più. Tuttavia la Federazione Russa, col suo immenso territorio esteso dalla Crimea fino a Vladivostok, è oggi, come l’URSS nel 1984, l’unico Stato realmente indipendente e sovrano in un’Europa che, invece, è frazionata in una moltitudine di staterelli sottoposti all’egemonia di Washington. Infatti l’unico territorio europeo che non sia occupato dalle basi militari degli USA o della NATO è quello russo. L’unico esercito che non sia integrato in un’organizzazione militare egemonizzata dagli Stati Uniti d’America è quello della Federazione Russa. L’unica capitale europea che non sia tenuta a chiedere permessi agli USA e a render loro conto è Mosca. Ed anche sul piano spirituale ed etico è soltanto la Russia a difendere quei valori che, patrimonio dell’autentica civiltà europea come di ogni civiltà normale, sono bersaglio della massiccia offensiva scatenata dai barbari d’Occidente “contro i fondamenti di tutte le religioni del mondo e contro il codice genetico delle civiltà, con l’obiettivo di abbattere tutti gli ostacoli sulla via del liberalismo”. Sono parole del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, che in un’analisi apparsa sulla rivista russa “Russia in Global Affairs” ha denunciato il pericolo mortale della “guerra in atto contro il genoma umano, contro ogni etica e contro la natura”[16].

In un’Europa ormai incapace anche semplicemente di immaginare la possibilità e la legittimità di un regime politico diverso da quello democratico che le è stato imposto nelle due fasi successive del 1945 e del 1989, soltanto la classe di governo russa si dimostra consapevole del fatto che la democrazia non è per nulla l’unico ordinamento possibile, indistintamente valido in ogni luogo della terra, indipendentemente dalle specificità etniche, culturali e religiose. Ad esempio, commentando l’intervento degli Stati Uniti in Afghanistan, Sergej Lavrov ha detto: “Probabilmente la conclusione più importante è che non bisogna insegnare a nessuno come vivere, tanto meno costringerlo”; ed ha ricordato i casi dell’Iraq, della Libia e della Siria, dove “gli americani volevano far vivere tutti come avrebbero voluto”[17]. Qualche giorno prima, il 20 agosto 2021, Vladimir Putin aveva impartito all’Europa rincretinita la stessa lezione di realismo politico, contro “il Moloch dell’universale” – tanto per usare l’espressione coniata da un filosofo connazionale del Presidente russo, Vissarion G. Belinskij (1811-1848). Ha dichiarato testualmente Putin: “Non si può imporre il proprio stile di vita ad altri popoli, perché hanno le loro tradizioni. Questa è la lezione da trarre da quanto accaduto in Afghanistan. D’ora in poi lo standard sarà il rispetto delle differenze, perché non si può esportare la democrazia, che uno lo voglia o no”[18].

La circostanza nella quale Putin ha pronunciato queste parole, una conferenza stampa con la cancelliera tedesca, avrà forse richiamato alla mente di qualcuno le parole visionarie di Dostoevskij: “La Germania ha bisogno di noi più di quel che pensiamo. E non ha bisogno di noi solo per una temporanea alleanza politica, ma per un’alleanza sempiterna. L’idea di una Germania riunificata è grandiosa e maestosa e affonda le radici nella notte dei tempi. (…) Due grandi popoli, dunque, sono destinati a mutare il volto di questo mondo”[19].

Oggi ad aver bisogno della Russia non è soltanto la Germania, ma tutta l’Europa, precipitata ormai in prossimità del punto critico che Dostoevskij intravide allorché presagì che “tutte le grandi potenze dell’Europa finiranno per essere annientate, per la semplice ragione che saranno logorate e sovvertite dalle tendenze democratiche”[20] e che la Russia avrebbe solo dovuto attendere “il momento in cui la civiltà europea giungerà all’ultimo respiro, per raccoglierne ideali e obbiettivi”[21].

Certo, la situazione attuale non induce la Russia a prendere in considerazione, anche solo come possibilità teorica, l’assunzione del ruolo di potenza aggregatrice dell’Europa. Tuttavia, se a Mosca ancora manca quella che Jean Thiriart chiamava l’“intelligenza storica” necessaria a concepire il disegno grandioso della liberazione dell’Europa dall’occupazione americana e della costruzione di una superpotenza imperiale compresa fra l’Atlantico e il Pacifico, a favorire la nascita di una tale intelligenza saranno probabilmente le condizioni oggettive che la Russia si troverà a dover affrontare nei prossimi anni.

Claudio Mutti in https://www.eurasia-rivista.com/la-russia-territorio-libero-deuropa/

Europa inesistente

Prima gli Usa di Biden hanno fatto di tutto per impedire che l’Europa nel suo complesso e i singoli Paesi che la compongono stabilissero solidi accordi con la Cina in nome della “solidarietà atlantica” , facendo di fatto saltare l’“accordo globale di investimento” (CAI), un accordo redditizio che avrebbe dato alle aziende europee un migliore accesso ai mercati cinesi rispetto a quello che hanno attualmente gli Stati Uniti. Poi hanno tradito con il nuovo accordo militare anticinese tra Gran Bretagna, Usa e Australia che non solo fa sapere quali sono le vere priorità statunitensi, ma che diche chiaramente che l’Europa ormai non conta nulla e deve soltanto adeguarsi a ciò che dice il padrone. Le spese di tutto questo le fa in termini economici immediati la Francia che aveva siglato con l’Australia un accordo per la costruzione di 12 sommergibili a propulsione nucleare per un valore di 43 miliardi dollari. E questo fa fallire i legami transatlantici con l’Europa, con il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian che afferma: “Questa decisione unilaterale, brutale e imprevedibile è molto simile a quella che stava facendo Trump”.

Del resto tutto questo era nelle cose ed è stato semplicemente nascosto da una narrazione fasulla e francamente, anzi americanamente  stupida secondo la quale il deterioramento dei rapporti tra Europa ed Ue era da addebitarsi all’America first di Trump e che dunque tutto sarebbe rientrato nella normalità con Biden. Però il problema non è questo o quel presidente, ma l’America stessa che fa esclusivamente i propri ossessivi interessi di potere planetario: adesso che il nuovo nemico è la Cina, l’Europa è costretta a far parte dello spettacolo di Washington, ma solo come comparsa che le prende da tutte le parti. La minimizzazione di Trump della Nato non era semplicemente dovuta alla sua natura erratica e imprevedibile, ma era un’espressione del cambiamento di interessi strategici degli Stati Uniti non più concentrati sull’Europa, cosa che è rimasta sottotraccia per 4 anni senza che i poteri europei lo comprendessero. E del resto a vederli e sentirli, la cosa non stupisce affatto, come non stupisce che troppo a lungo non si sia afferrato come  .Washington abbia una lunga storia di comportamenti in malafede nei confronti del continente, che l’America non è affatto il il “salvatore” dell’Europa, ma il suo sfruttatore e chi ha lavorato nel campo dei brevetti – tanto per dirne una- capirà immediatamente il senso del discorso.*

Raccontiamola tutta

Il 3 luglio 1979, all’insaputa del popolo americano e del Congresso, Carter autorizzò un programma di “azione segreta” da 500 milioni di dollari per rovesciare il primo governo laico e progressista dell’Afghanistan.
Questo è stato chiamato in codice dalla CIA Operation Cyclone.
I 500 milioni di dollari furono usati per corrompere e armare un gruppo di fanatici tribali e religiosi conosciuti come i  Mujahedin. Nella sua storia semi-ufficiale, il giornalista del Washington Post Bob Woodward ha scritto che la CIA ha speso 70 milioni di dollari solo in tangenti. Descrive un incontro tra un agente della CIA noto come “Gary” e un signore della guerra chiamato Amniat-Melli: “Gary mise un mucchio di soldi sul tavolo: 500.000 dollari in file di banconote da 100 dollari. Credeva che sarebbe stato più impressionante dei soliti $ 200.000, il modo migliore per dire che siamo qui, siamo seri, ecco i soldi, sappiamo che ne avete bisogno … Gary avrebbe presto chiesto al quartier generale della CIA e avrebbe ricevuto $ 10 milioni in contanti.”
Reclutato da tutto il mondo musulmano, l’esercito segreto americano fu addestrato in campi in Pakistan gestiti dall’intelligence pakistana, dalla CIA e dall’MI6 britannico.
Altri sono stati reclutati in un college islamico a Brooklyn, New York, vicino a quelle Torri Gemelle che verranno poi abbattute. Una delle reclute era un ingegnere saudita di nome Osama Bin Laden.
L’obiettivo era diffondere il fondamentalismo islamico in Asia centrale e destabilizzare e infine distruggere l’Unione Sovietica.  
Nell’agosto 1979, l’ambasciata degli Stati Uniti a Kabul riferì che “i maggiori interessi degli Stati Uniti… sarebbero stati esauditi dalla scomparsa del governo del PDPA,  nonostante qualunque battuta d’arresto che avrebbe comportato per le future riforme sociali ed economiche in Afghanistan”.
Rileggete le parole sopra che ho messo in corsivo. Non capita spesso che un tale intento cinico sia espresso in modo così chiaro. Gli Stati Uniti dicevano che un governo afghano genuinamente progressista ed i diritti delle donne afghane potevano andare all’inferno.
Sei mesi dopo, i sovietici fecero la loro mossa fatale in Afghanistan in risposta alla minaccia jihadista creata dagli americani alle loro porte.
Armati con missili Stinger forniti dalla CIA e celebrati come “combattenti per la libertà” da Margaret Thatcher, i  mujahedin  alla fine cacciarono l’Armata Rossa dall’Afghanistan.
Definendosi ora l'”Alleanza del Nord”, i Mujahedin erano dominati da signori della guerra che controllavano il commercio di eroina e terrorizzavano le donne rurali.
I talebani erano una fazione ultra-puritana, i cui mullah vestivano di nero e punivano banditismo, stupri e omicidi ma bandivano le donne dalla vita pubblica.
Negli anni ’80, ho preso contatto con l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan, conosciuta come RAWA, che aveva cercato di allertare il mondo sulla sofferenza delle donne afgane. Durante il periodo dei talebani, nascondevano le telecamere sotto il  burqa  per filmare le prove delle atrocità, e facevano lo stesso per esporre la brutalità dei mujahedin sostenuti dall’occidente  . ‘Marina’ di RAWA mi ha detto: “Abbiamo portato la videocassetta a tutti i principali gruppi di media, ma non volevano sapere…”
Nel 1996, il governo illuminato del PDPA cadde. Il presidente, Mohammad Najibullah, era andato alle Nazioni Unite per chiedere aiuto. Al suo ritorno, fu impiccato a un lampione.
“Confesso che [i paesi] sono pezzi su una scacchiera “, disse Lord Curzon nel 1898, “su cui si sta svolgendo una grande partita per il dominio del mondo”.
Il viceré dell’India si riferiva in particolare all’Afghanistan. Un secolo dopo, il primo ministro Tony Blair ha usato parole leggermente diverse.
“Questo è un momento da cogliere”, dichiarò dopo l’11 settembre. “ Il caleidoscopio è stato scosso. I pezzi sono in movimento. Presto si sistemeranno di nuovo. Prima che lo facciano, riordiniamo questo mondo intorno a noi”.
Sull’Afghanistan aggiunse: “Non ce ne andremo [ma assicureremo] una via d’uscita dalla povertà che è la sua miserabile esistenza”.
Blair ha fatto eco al suo mentore, il presidente George W. Bush, che ha parlato alle vittime delle sue bombe dallo Studio Ovale: “Il popolo oppresso dell’Afghanistan conoscerà la generosità dell’America. Mentre colpiamo obiettivi militari, lasceremo anche cibo, medicine e rifornimenti agli affamati e ai sofferenti… ”
Quasi ogni parola era falsa. Le loro dichiarazioni di preoccupazione erano crudeli illusioni per una ferocia imperiale che “noi” in Occidente raramente riconosciamo come tale.
Nel 2001, l’Afghanistan è stato colpito e dipendeva dai convogli di emergenza dal Pakistan.
Come ha riferito il giornalista Jonathan Steele, l’invasione ha causato indirettamente la morte di circa 20.000 persone poiché le forniture alle vittime della siccità sono state interrotte e le persone sono fuggite dalle loro case.
Circa 18 mesi dopo, ho trovato bombe a grappolo americane inesplose tra le macerie di Kabul, spesso scambiate per pacchi di soccorso gialli lanciati dall’aria. Hanno fatto esplodere le membra dei bambini affamati e in cerca di cibo.
Nel villaggio di Bibi Maru, ho visto una donna di nome Orifa inginocchiarsi presso le tombe di suo marito, Gul Ahmed, un tessitore di tappeti, e di altri sette membri della sua famiglia, inclusi sei bambini e due bambini che sono stati uccisi nella porta accanto.
Un aereo americano F-16 era uscito da un cielo azzurro e aveva sganciato una bomba Mk82 da 500 libbre sulla casa di fango, pietra e paglia di Orifa. Orifa era assente in quel momento. Quando tornò, raccolse le parti del corpo.
Mesi dopo, un gruppo di americani arrivò da Kabul e le diede una busta con quindici biglietti: un totale di 15 dollari. “Due dollari per ciascuno dei miei familiari uccisi”, ha raccontato.

L’invasione dell’Afghanistan è stata una frode.
Sulla scia dell’11 settembre, i talebani hanno cercato di prendere le distanze da Osama Bin Laden. Erano, per molti aspetti, un cliente americano con il quale l’amministrazione di Bill Clinton aveva fatto una serie di accordi segreti per consentire la costruzione di un gasdotto da 3 miliardi di dollari da parte di un consorzio di compagnie petrolifere statunitensi.
In massima segretezza, i leader talebani erano stati invitati negli Stati Uniti e intrattenuti dall’amministratore delegato della compagnia Unocal nella sua villa in Texas e dalla CIA nel suo quartier generale in Virginia.
Uno degli affaristi fu Dick Cheney, in seguito vicepresidente di George W. Bush.
Nel 2010, ero a Washington e ho organizzato un colloquio con la mente dell’era moderna di sofferenza dell’Afghanistan, Zbigniew Brzezinski. Gli ho citato la sua autobiografia in cui ammetteva che il suo grande piano per attirare i sovietici in Afghanistan aveva creato “alcuni musulmani agitati”.
“Hai qualche rimpianto?” Ho chiesto.
“Rimpianti! Rimpianti! Quali rimpianti?”
Quando guardiamo le attuali scene di panico all’aeroporto di Kabul e ascoltiamo giornalisti e generali in lontani studi televisivi che lamentano il ritiro della “nostra protezione”, non è il momento di prestare attenzione alla verità del passato in modo che tutta questa sofferenza non accada mai? ancora?

*Uno dei più grandi giornalisti viventi. Il film di John Pilger del 2003, “Breaking the Silence”, è disponibile per la visione su

http://johnpilger.com/videos/breaking-the-silence-truth-and-lies-in-the-war-on-terror

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-grande-gioco-di-distruggere-i-paesi