Fermare e firmare

Diamo per convincente l’opinione che la Russia abbia attaccato l’Ucraina per sue voglie dominantistiche russofone, per un Oriente antioccidentale, per memoria imperialistica. Non è il momento di discutere la fondatezza di tali cause, troppo discusse. Il problema unico, radicale, è la guerra, coglierne gli esordi, gli svolgimenti, le prospettive. La Russia è dismisuratamente sovrastante alla sua antagonista, ma indusse in lotta una minimità e denominò il conflitto “operazione speciale” non guerra. Gli scopi: impedire la sopraffazione contro i russi sottostanti agli ucraini, impedire che l’Ucraina divenisse una debilitante forza presso che interna contro la Russia, la quale aveva tollerato l’esistenza di Paesi ostili occidentali prossimi alle frontiere. Dal momento dell’attacco russo, l’Occidente ha compiuto ogni possibile reazione contro la Russia. Neanche contro i nazisti si è avuto un tale contrattacco.

La Russia ha mantenuto la dimensione dell’operazione speciale non della guerra. Ma con una Ucraina armatissima e subendo sanzioni rigorosissime comprende che il conflitto è una guerra laddove la Russia voleva limitarla, dunque lo scontro durerebbe, la dissanguerebbe (è la pretesa occidentale), raggiungerebbe lo scopo di fiaccarla. Da ciò la decisione di trasformare l’operazione speciale in cosa? Se uniamo la determinazione di attuare un voto per l’annessione dei territori in pugno ai russi con la chiamata in armi dei riservisti l’effetto è il seguente: gli attacchi degli ucraini alle popolazioni in Ucraina che decidessero di fare parte della Russia sarebbero attacchi alla Russia, l’esercito di riservisti entrerebbe in Ucraina, la Russia sarebbe in guerra (in guerra!) con l’Ucraina e per sua tutela potrebbe ricorrere ad ogni armamento. La sincronia del plebiscito con la chiamata dei riservisti è un segno rinoscibilissimo: da oggi annientare l’Ucraina.

Ad ogni costo! Non cessiamo di sbalordirci, almeno chi non cessa di sbalordirsi, degli atteggiamenti occidentali. Ossia: questa reazione significa che la Russia è in difficoltà e che le nostre reazioni la colpiscono. Scrivo, riscrivo, finché posso, che percepire i rapporti come rapporti di vittoria o sconfitta non curando la comune catastrofe è da paranoidi, non da persone che amano la vita e, senza disonore e viltà, ignorano la possibilità di coesistere. Il paranoico vede esclusivamente nemici da sconfiggere. L’inizio del conflitto era misurato ed era un segno di misura, doveva essere inteso nel suo margine. Ne è venuta una tenzone cosmica, Oriente-Occidente, Democrazie-Dittature, dico: lo fosse stata a maggior ragione dovevamo tentare la via degli accordi. Più il pericolo, massimo il bisogno di accordo. Che è successo, gli accordi sono dannati? Accordo che non è viltà e sottomissione, evidente. Soltanto dei fanatici della guerra possono confondere accordi e sottomissione. Addirittura nel cruentissimo mondo animale assassinissimo esiste il combattimento ritualizzato che scampa la morte.

Che siamo diventati bestie peggiori delle peggiori bestie! Perché c’è bisogno di trovare soluzioni di accordo? Non perché c’è il pericolo nucleare. No, “forse” non siamo al “pericolo” nucleare. Fosse il pericolo nucleare! Il “pericolo” nucleare ci ha salvato dalla guerra perché la sentivamo come pericolo. Oggi non vi è o si finge o si determina nell’opinione pubblica la guerra nucleare come una possibilità, così, e va bene, la guerra nucleare, un metaverso, se ne parla, tanto per dire, se ne fanno ipotesi, perfino ottimistiche, si determina che i sopravvissuti farebbero uno scatto evolutivo, pensate che mezzo ha scovato la selezione (trasmissioni di Focus), crepino i deboli, è “normale”, inoltre si risolverebbero problemi di occupazione, insomma nient’altro che una ricorrente catastrofe. Quel che preoccupa è che non vi è angoscia della preoccupazione. Abbiamo una umanità assopita, oppiacizzata, non ne vuole sentire di voci angosciate, pur di stare tranquilla si rovina.

Da augurarsi perché vuole vivere non per quieto vivere. Ma bisogna capire che tipo di uomo è sorto o sta per venire. La guerra deve scottare, insorgere, dissonnarci. Non va affrontata con abulia o vendettucce per “fargliela pagare”. Non è una ripicca. Masse che gridano per un nonnulla e assistono al rischio di guerra atomica senza prendere parte. Salvare la vitalità. Decidere! Rischiamo la neurastenia planetaria. O riduciamo la guerra a piccola vendetta: abbiamo vinto, con l’umanità cimiterializzata. La guerra è la vicenda seria dell’umanità, la vicenda che decide l’essenzialità: vita o morte! Chi “vuole” la guerra, proclami: voglio la guerra! Non una guerra che accade, la nave che ha spezzato le corde per le ventate correnti. Almeno, volere!

Io sono per la guerra! Io sono per la pace! E declarare i motivi. E non ingannare. E non rendere la guerra una faccenda qualsiasi. Questa sciagurata trasformazione della guerra in immagini non la fa sentire in proprio, la rende spettacolo. Cerchiamo di capire, di sentire quanto è orribile nella guerra: possiamo viverla a morte noi, ciascun io, proprio tu, proprio io. Nessuno è stato capace di porre argini alle pandemie belliche. Allora, fermo l’onore, valutare tutti gli argomenti, decidere! Io sottoscritto eccetera nato eccetera, residente eccetera, sono per… Non valuto il minimo fondamento nel continuare questa guerra. Salvando l’onore, la mia firma la oppongo per la ricerca della pace.

Antonio Saccà in http://www.opinione.it/societa/2022/09/22/antonio-sacca-_russia-ucraina-guerra-pericolo-nucleare-pace/

Si cambia

Tra il 23 e 27 settembre si svolgera’ il referendum per l’annessione alla Federazione Russa delle Repubbliche Popolari del Donbass. L’esito della consultazione e’ ampiamente prevedibile. L’11 maggio 2014 un altro referendum si era concluso con una schiacciante maggioranza a favore dell’indipendenza dei territori di Donetsk e Lugansk dall’Ucraina. Il 21 febbraio 2022 la Russia aveva riconosciuto ufficialmente lo status indipendente delle due Repubbliche Popolari. L’Operazione Militare Speciale fu avviata immediatamente dopo questo riconoscimento. Ora si apre uno scenario nuovo. Nel momento in cui queste repubbliche entreranno a far parte della Federazione Russa a tutti gli effetti, qualsiasi attacco dell’esercito ucraino contro il Donbass verra’ considerato un attacco contro la Russia. @LauraRuHK

A che punto siamo

Fonte: Pierluigi Fagan

Ma sono le misure intermedie della Russia che hanno dato alla Finlandia e alla Svezia la fiducia per entrare a far parte della NATO poiché non vedono alcuna minaccia per se stesse dall’essere membri della NATO. Un devastante colpo russo all’Ucraina avrebbe indotto tutta l’Europa a ripensare all’adesione alla NATO poiché nessun paese europeo avrebbe voluto affrontare la prospettiva di una guerra con la Russia. Invece, ciò che il Cremlino ha prodotto è un primo ministro britannico pronto a coinvolgere la Russia in una guerra nucleare e una NATO che intende mantenere vivo il conflitto ucraino.
Un lettore negligente o ostile potrebbe concludere dal mio articolo che sono un sostenitore del successo militare russo. Al contrario, sono un sostenitore della minimizzazione del rischio di una guerra nucleare. Steven Cohen ed io siamo i due che fin dall’inizio hanno visto come l’interferenza di Washington in Ucraina con il rovesciamento del governo abbia tracciato una rotta che potrebbe concludersi con l’Armageddon nucleare. Cohen è stato insultato dalla sua stessa sinistra liberale e io sono stato dichiarato un “imbroglione/agente di Putin”.
L’insulto che abbiamo subito ha dimostrato il nostro punto. Il mondo occidentale è cieco alle potenziali conseguenze delle sue provocazioni nei confronti della Russia e il Cremlino è cieco alle potenziali conseguenze della sua tolleranza delle provocazioni. Come possiamo vedere, nessuna delle due parti è ancora giunta a questa realizzazione. Il rapporto di Hill dimostra la correttezza della mia analisi della situazione e la mia previsione che il risultato sarebbe un allargamento della guerra e una maggiore probabilità di errori di calcolo che potrebbero sfociare in una guerra nucleare.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-operazione-militare-limitata-del-cremlino-in-ucraina-e-stata-un-errore-strategico

Dunque finora l’offensiva a sud è costata circa 2500 morti a ciò che resta dell’esercito ucraino. Tuttavia dal momento che gli spettatori occidentali sanno a malapena dove si trovi l’Ucraina mentre la stragrande maggioranza di essi non ha accesso alle fonti russe, vista la censura dei siti, può tranquillamente inventare che le truppe di Kiev hanno conquistato alcuni villaggi. E’ una completa trasformazione di realtà visto che gli ucraini non hanno conquistato un bel nulla, anzi hanno perso un bel po’ di terreno.

In compenso la Cnn non parla dei veri successi ucraini che consistono nel colpire la popolazione civile a Kherson e in altre località: su questo si glissa visto che di fatto sono gli “ausiliari” della Nato ad usare le armi necessarie. E poi l’uccisione dei civili, benché sia parte integrante della dottrina bellica degli Usa e sia stata praticata in tutte le guerre imperiali, non fa una bella impressione sugli ipocriti occidentali che solo a posteriori mostrano lacrime di coccodrillo. Si meglio non dirlo specie ora che agli americani è giunto il sospetto che Mosca disponga di molte più informazioni sui bio laboratori segreti in Ucraina di quelle contenute nel dossier sul quale l’Onu non vuole discutere.

Potrebbe essere qual coda di così importante che gli americani stanno distruggendo tutto coò che rimane di quei laboratori e sanno anche disperdendo le perso che ci lavoravano: sarebbe un colpo scoprire che l’Europa si sta suicidando per difendere il gabinetto del dottor Caligari sul territorio del continente, anche se ormai il livello di stupidità ha raggiunto livelli tali da far pensare a un encefalogramma piatto anche dal punto di vista morale.

leggi tutto su https://ilsimplicissimus2.com/2022/09/05/fiction-lucraina-vince-ma-solo-sulla-cnn/

Caos in Libia

Fonte: Il Manifesto

Dalla guerra della Nato del 2011, sulla sponda Sud abbiamo accettato l’agenda degli altri che ha ridotto lo spazio della nostra politica estera al minimo. A un filo di gas

L’Italia, la Nato e gli Usa da anni sono in fuga da Tripoli e dalle loro responsabilità. La Libia attuale è il frutto avvelenato del cosiddetto «atlantismo». L’intervento del 2011 contro Gheddafi portò alla fine brutale del dittatore ma lasciò il Paese nel caos, così come quello americano in Iraq nel 2003 e prima ancora in Afghanistan nel 2001. Le cronache di questi giorni da Tripoli, Baghdad e Kabul (a un anno dal disastroso ritiro occidentale) sono esplicite: dozzine di morti e un’instabilità cronica.
Negli ultimi scontri nella capitale libica tra i sostenitori del governo di Tripoli del premier Abddulhamid Dabaibah e quelli di Fathi Bashaga, l’altro premier concorrente eletto dal parlamento di Tobruk, gli occidentali non sono stati neppure citati. Sono stati però menzionati dalle cronache i droni turchi che avrebbero colpito le milizie di Misurata. Per altro furono i turchi nell’inverno del 2019 a fermare l’avanzata sulla capitale libica del generale Khalifa Haftar: allora il governo Sarraj – riconosciuto dall’Onu – chiese aiuto attraverso il vice-premier Meitig sia all’Italia che agli Usa e alla Gran Bretagna.
Ricevuto un netto rifiuto, Sarraj si rivolse allora a Erdogan, autocrate atlantista al quale lasciamo interpretare e gestire sul campo i cosiddetti valori dell’Alleanza atlantica strombazzati in modo bipartisan dai nostri partiti e dal «nostro» giornalismo mainstream in un campagna elettorale che sui temi della politica estera si svolge a occhi bendati e con forti dosi di ipocrisia: basta vedere cosa accade nei Territori occupati palestinesi, nel Kurdistan turco e siriano, con la resistenza kurda tradita sull’altare della stabilità atlantista grazie all’adesione alla Nato di Svezia e Finlandia in funzione anti-russa per la guerra in Ucraina, e quanto avviene nei lager libici dove vengono concentrati, torturati, malmenati e vilipesi i migranti africani. Ma questi sarebbero ancora gli unici accordi che «funzionano» con la Libia dove abbiamo appaltato la vita di migliaia di persone a milizie e trafficanti, collusi e complici con una guardia costiera finanziata dall’Italia a proposito di valori atlantisti.
Vale forse la pena ricordare ai nostri distratti politici che nel 2011 in Libia l’Italia subì per mano di Francia, Gran Bretagna e Usa la sua più grave sconfitta dalla seconda guerra mondiale. Soltanto sei mesi prima, a fine agosto 2010 Gheddafi veniva ricevuto in pompa magna a Roma, incensato e blandito per via di accordi economici da 55 miliardi di euro che i partiti avevano approvato a stragrande maggioranza. Un mese dopo i raid contro Gheddafi subentrò la Nato a fare da ombrello ai bombardamenti e l’Italia decise di partecipare mentre forse sarebbe stato meglio dichiarare allora la neutralità come fece la Germania. La decisione, con un governo Berlusconi pericolante e balbettante, fu presa dal presidente Napolitano. In poche parole l’atlantismo “all’italiana” non si cura troppo degli interessi del Paese ma preferisce travestire la sua mancanza di responsabilità con il mantello della Nato: allora si disse che bombardavamo Gheddafi per difendere i nostri interessi energetici, dai pozzi di petrolio al gasdotto con la Libia inaugurato nel 2004.
Ed ecco dove siamo finiti. Nel ridicolo e senza l’apporto energetico sperato. I nostri premier per un decennio sono andati in pellegrinaggio a Washington – che ci fossero al potere i democratici o i repubblicani – tornando con la vaga promessa, da vendere alla pubblica opinione, che gli Usa ci avrebbero dato in Libia la «cabina di regia». Ci ha provato anche Draghi quando è andato da Biden nel maggio scorso mentre era già cominciata la crisi del gas con Mosca. «La Libia può essere un enorme fornitore di gas e petrolio, non solo per l’Italia ma per tutta Europa» ha detto Draghi nel suo colloquio alla Casa Bianca. «Tu cosa faresti?», gli ha chiesto il presidente americano. «Dobbiamo lavorare insieme per stabilizzare il Paese» è stata la risposta del premier italiano. Come no.
L’evento non si è puntualmente verificato: insomma l’ennesima presa in giro della cabina di regia. Per altro all’Italia non è andata meglio con l’Unione europea sulla questione dei migranti, dove a Bruxelles hanno puntualmente voltato la testa dall’altra parte sui migranti morti nel Mediterraneo.
Insomma i cosiddetti valori «atlantici» per noi si sono tradotti in una perdita secca che in questo momento di tempesta energetica e geopolitica sono ancora più evidenti. Basta scorrere i dati appena resi noti dall’Eni sul gas e il petrolio libico. Mentre i flussi di gas dalla Russia verso l’Italia sono diminuiti del 45% rispetto allo stesso periodo dell’anno prima nello stesso periodo la Libia ha registrato un -26%. In termini assoluti non si tratta di valori molto alti perché il gasdotto libico Greenstream da tempo subisce i contraccolpi dell’instabilità libica e delle lotte tra le fazioni per la spartizione del territorio e delle risorse energetiche. In realtà questo gasdotto, lungo 520 chilometri e che approda a Gela, avrebbe a pieno regime un portata di 30 miliardi di metri cubi, quasi la metà dei nostri consumi annuali.
Ecco quanto ci è costato e ci costa l’atlantismo. Poi naturalmente non possiamo ignorare che in Tripolitania oggi conduce le danze Erdogan e Haftar in Cirenaica è sostenuto da Mosca e dai mercenari della Wagner, oltre che dagli Emirati e dall’”alleato| egiziano il dittatore Al-Sisi – altro bell’interlocutore dell’atlantismo – , oltre che da una Francia che fa finta di non volersi sporcare le mani. Ma nella sostanza, dal 2011, sulla sponda Sud abbiamo accettato l’agenda degli altri che ha ridotto lo spazio della nostra politica estera al minimo. A un filo di gas.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/caos-in-libia-e-non-solo-ecco-cosa-sono-e-quanto-ci-costano-i-valori-atlantici

Alla canna del gas

La città dell’Aia, sede del governo olandese, ha chiesto di poter derogare dalle sanzioni e continuare ad acquistare gas russo da Gazprom perché non è riuscita per il momento a trovare altri fornitori e ha avvisato la cittadinanza che se anche nuovi venditori verranno individuati i prezzi subiranno un aumento molto forte: probabilmente non c’è esempio migliore del vicolo cieco in cui si è andata a cacciare l’Europa che mentre vede salire vertiginosamente la bolletta energetica che mette in grave pericolo la sua industria, oltre che le famiglie, deve assistere al fatto che la Russia non è stata affatto piegata e oggi esporta il 38 per cento in più di prodotti energetici. Che Mosca non avrebbe avuto grandi difficoltà a trovare contratti sostitutivi per i propri prodotti energetici era abbastanza prevedibile conferendo perciò alle sanzioni uno stigma di inutilità visibilissimo, ma pochi avevano immaginato che la sola aspettativa di un’Europa fuori dai giochi e dunque di una maggiore disponibilità ha fatto scatenare molte economie asiatiche che comprano a qualsiasi prezzo. E questo già prefigura a cosa andremo incontro nel prossimo futuro, così come prefigura una totale marginalità del continente.

Draghi sbaglia

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Il governo Draghi è prossimo all’invio di nuovi armi pesanti in Ucraina? Alcune indiscrezioni, non smentite dal governo, dicono di sì. Forse questa è anche la ragione per cui i partiti stanno evitando scrupolosamente di toccare questo tema delicato. Fino ad aprile, i politici italiani trovavano piuttosto agevole giustificare il loro appoggio alla linea politica di Biden che consiste nel solo invio di armi e niente più. La guerra era appena iniziata e nessuno aveva elementi concreti per smentire il grande inganno. I draghiani assicuravano che gli ucraini, uccidendo tanti soldati russi con le armi occidentali, avrebbero costretto Putin ad arrendersi piuttosto in fretta. Siamo al 23 agosto e i fatti hanno decretato che la promessa è ormai smentita: i soldati russi sono morti in gran numero, ma Putin bombarda più di prima. Il problema è che è stata smentita anche la seconda promessa degli amici di Draghi, secondo cui le sanzioni avrebbero messo in ginocchio la Russia mentre l’Occidente avrebbe continuato a prosperare. È stata smentita anche la terza promessa, secondo cui la crisi economica in Russia avrebbe causato una rivolta popolare che avrebbe rovesciato Putin. È stata smentita anche la quarta promessa che annunciava l’imminente assassinio di Putin per mano dei suoi stessi generali a causa del cattivo andamento della campagna militare. È stata smentita anche la quinta promessa, secondo cui la Russia si sarebbe trovata completamente isolata a livello internazionale, mentre noi assistiamo a un fenomeno ben diverso: la Russia gode di sostegno internazionale e solidarietà da parte di un gran numero di Stati, inclusa l’Algeria super filo-russa, da cui Draghi ha deciso di dipendere per il gas. È stata smentita anche la sesta promessa, secondo cui avremmo assistito alla separazione tra la Cina e la Russia che, invece, sono sempre più unite, complice anche la crisi di Taiwan. Infine, è stata smentita la settima promessa, in base alla quale gli ucraini, magari lentamente ma comunque certamente, avrebbero liberato i territori occupati dai russi anche grazie alle armi italiane. Contro queste previsioni ottimistiche, che messe insieme rappresentano il “grande inganno” del tempo in cui viviamo, la Russia ha conquistato larga parte del Donbass. Dal momento che tutte le promesse del fronte bellicista sono state smentite, i candidati premier non sanno più che cosa promettere e, quindi, preferiscono non parlare della guerra in Ucraina. La fine di tutte le promesse mette a nudo la politica occidentale in Ucraina che consiste nell’alimentare la guerra dall’esterno senza nessuna proposta di pace o idea di come uscirne. I candidati premier non sanno più che cosa dire e allora non dicono niente, risolvendo, si fa per dire, il problema alla radice. Stupisce la mancanza di un conduttore televisivo che li incalzi a dovere. Pare che a nessun conduttore venga in mente di porre queste semplici domande: “Mi scusi, caro candidato premier, ma lei ha occhi per vedere che la strategia occidentale di inviare armi pesanti in Ucraina non ha prodotto nessuna delle conseguenze che avevate annunciato?”; “mi scusi, caro candidato premier, ma lei riesce a vedere che in Ucraina le cose vanno sempre peggio mentre l’Italia non fa niente per migliorare la situazione o per riflettere sugli errori commessi finora da Biden che guida il convoglio occidentale?”. Giunti a questo punto, le nostre domande si moltiplicano: perché i conduttori non pongono domande così ovvie? Com’è organizzato il mondo dell’informazione in Italia? Perché il dibattito sulla politica internazionale si riduce a una celebrazione delle scelte del governo Draghi? Qual è il livello di libertà dell’Università italiana e dei suoi professori su questioni tanto delicate? La mancanza di critiche alle politiche della Nato in Ucraina esprime consenso o paura del dissenso?

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Mercenari addio

Ci sono ancora mercenari da un’altra sessantina di nazioni, ma si tratta al massimo di poche di decine di persone per ciascuna di esse. ll ministero della difesa russo ha calcolato un totale complessivo di 6956 persone di cui 1956 sono morte (tra cui pare anche una cifra tra 11 e 20 italiani) mentre 1779 sono tornate nei Paesi di origine. Poi ci sono i prigionieri come per esempio i due inglesi e il marocchino che sono stati condannati a morte ( come peraltro previsto dal diritto internazionale) probabilmente proprio per indure i governi ad uscire allo scoperto, ma su questo non ci sono numeri perché è evidente sono situazioni che influenzeranno le trattative di pace .

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Pensiamo a noi

E’ molto difficile pensare che l’Europa possa uscire dalla trappola in cui l’hanno cacciata le oligarchie regnanti se metà dei suoi cittadini riescono a credere che siano i russi e non gli ucraini a bombardare Donetsk. E’ ancora più difficile pensare che l’Italia possa farcela se il maggiore quotidiano del Paese riesce a pubblicare un pezzo del quale si dice che Putin perderà anche se ha conquisterà il Donbass. Ogni giorno da due anni e mezzo a questa parte, assistiamo a una sorta di gigantesco test di intelligenza quotidiana nel quale si misura la capacità della popolazione generale di interpretare correttamente la realtà e di trovare le incongruenze nella narrazione e ogni volta la maggioranza casca nella trappola anche di fronte al medesimo problema.

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A che punto siamo

Tuttavia ogni giorno che passa è per l’Ucraina e per Zelensky che sarà la vittima sacrificale, un passo più vicino all’oblio: nessuno vuole davvero più saperne di Kiev visto come si sono messe le cose e si trascina stancamente anche il continuo invio di armi molte delle quali non sono soltanto obsolete, ma spesso non funzionanti e che sempre meno gente è in grado di usare o vuole usare. Il quotidiano britannico The indipendent ha fatto il punto questa settimana dicendo che in termini di artiglieria, la Russia è venti volte più forte delle sue controparti ucraine, quaranta volte più forte nelle munizioni e dodici volte più potente nel raggio. Non solo, i missili Smerch e Uragan di Kiev sono quasi esauriti e rimangono ancora pochi razzi Grad. La Russia ha una superiorità assoluta in questo campo, essendo in grado di colpire bersagli con precisione a decine o addirittura centinaia di chilometri di distanza. E’vero, c’è qualche lobbista delle fabbriche di armi che suggerisce doverosamente la superiorità delle armi Nato la quale però non si vede da nessuna parte. Al contrario la Russia è apparsa non soltanto forte, ma in grado di cambiare più volte tattica e di avere i sistemi d’arma più adatti per farlo,

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