La fine di Europa

di Gianluca Freda

Se davvero la linfa vitale europea è stata rappresentata per secoli da questa conflittualità virtuosa tra opposti interessi, possiamo dire che la Seconda Guerra Mondiale e l’avvento del dominio statunitense avevano già seriamente compromesso – senza però ancora spegnerlo – questo dinamismo, imponendo poco alla volta ai paesi sconfitti il modello “democratico” americano; nel quale le rivalità permanevano, ma solo nello scontro tra élite che operano dietro le quinte. Alla guida diretta degli stati sconfitti venivano insediate, in qualità di subdominanti, entità partitiche, le cui divergenze erano incentrate sulla spartizione degli ambiti di potere superstiti, ma solo entro i limiti consentiti dai conquistatori. La permanenza di un forte “secondo polo” d’attrazione politica (l’URSS) consentì comunque, ancora per oltre un quarantennio, una certa percentuale di agibilità di movimento a questi residui di dinamismo statale europeo. La caduta dell’URSS e il perfezionamento delle strutture dell’UE, ha spento completamente – e nonostante le apparenze del contrario – la conflittualità interna tra i diversi attori delle politiche nazionali. Il controllo dei dominanti sui singoli stati si è potenziato e irrigidito, con l’istituzione di una gerarchia politico-economica centralizzata. I subdominanti nazionali di un tempo sono divenuti meri esecutori di una strategia politica imposta dall’esterno. Non più duellanti per la conquista di poteri settoriali nell’ambito di nazioni con una loro (sia pur limitata) autonomia, ma sguatteri in lotta fra loro per ostentare ai padroni il maggior livello possibile di piaggeria. Non più dinamismo conflittuale, ma mero volo di avvoltoi addestrati che si accaniscono sul corpo di nazioni agonizzanti, i cui destini sono totalmente nelle mani di entità sovranazionali esterne. Esattamente come l’impero del Turco, di cui parlava Machiavelli, oggi l’Europa “è governata da uno signore; gli altri sono sua servi”.

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